[Riceviamo da Rosemary Liedl, e volentieri pubblichiamo questo articolo uscito su “Il Giorno”, 7 novembre 1975]

Antonio Porta

Rileggendo “Il Politecnico”

Nella polemica tra Vittorini e Togliatti aveva certo ragione il secondo: gli intellettuali «devono» esserci, non avanzare pretese egemoniche. Ma il leader comunista aveva torto quando considerava troppo scomode le verità della rivista.

Togliatti aveva ragione. Gli uomini di cultura devono essere e non dirigere, devono esserci quando devono confrontarsi ma non avanzare pretese egemoniche. Gli uomini di cultura si confrontano di continuo, se ne hanno le forze, con tutta la cultura che cresce fuori di loro. Gli uomini di cultura non possono avere altro potere che quello che gli deriva dalle loro opere nella misura in cui tali opere non rimangono schiacciate dal confronto con la realtà, con la cultura in movimento. L’impegno di un uomo di cultura è sempre totale e raggiunge il suo scopo quando nelle sue parole o nei suoi atti riesce a concentrarsi almeno una particella infinitesimale di conoscenza. L’uomo di cultura rischierebbe di diventare un alchimista se non si fissasse saldamente ai principi fondamentali della scienza. Non esistono infatti due culture, nè per gli uni nè per gli altri. Esistono invece uomini di cultura che, per così dire «vanno in orbita», forse “di parcheggio”, ma non di costoro conviene occuparsi.

L’idea di cultura e di “uomo di cultura” che Vittorini aveva era straziante: la sua convinzione che tale uomo (con il sospetto che in alcuni casi fosse anche “più uomo” degli altri, ahimé!) facesse la storia dunque la cultura, quale essere mediatore delle vere esigenze delle masse al di là o al di sopra delle spicciole contingenze, può essere messa tra le cause dei fallimenti dei cosidetti intellettuali degli ultimi trent’anni, delle costanti abdicazioni, delle periodiche “sorprese” di fronte ai veri rivolgimenti culturali provocati dalle lotte, dal movimento di massa.

Dunque Togliatti aveva ragione quando opponeva l’argomento decisivo della famosa intervista di Croce (1908) per mezzo del quale la cultura italiana faceva dire al suo massimo filosofo che “il marxismo è morto”. Immaginate se non vi fosse stato il movimento operaio a contestarlo. Onestamente Vittorini lo riconosce, come poteva negare l’evidenza! Ma allora?

Certo Vittorini era in buona fede, dunque faceva un giornale eccellente dal punto di vista del giornalismo e molto di più: gettava in faccia a tutti la verità scomoda, terrificante, di un’Europa appena uscita dal fascismo e ancora immersa nel fascismo. Pensiamo ai primi titoli del settimanale “Il Politecnico”, ora in bellissima edizione anastatica in fac-simile di Einaudi (di cui c’era veramente bisogno, perché le antologie e gli indici servono poco a conoscere davvero l’oggetto di cui si parla): “L’Italia e la FIAT”, “Disoccupazione e caro-vita”, “Il popolo spagnolo attende la liberazione”, “La Grecia non è stata liberata”, “Il Giappone può essere democratico?”, “Nella scuola, la nostra salvezza”, “Anche la Puglia è nostro paese”, “Anche in Inghilterra è stato il popolo a resistere e vincere”… solo per limitarci alla prima pagina dei primi numeri.

In questo Togliatti aveva torto, nel considerare le verità del “Politecnico” troppo scomode, quasi un intralcio al cammino dell’Italia democratica. Leggiamo a pag. 2 del numero 9 del settimanale (24 novembre 1945) l’articolo di A. C. Jemolo, ipocritamente intitolato “Urge il divorzio in Italia?”, che chiude così: “… la collaborazione tra democrazia cristiana e partiti di sinistra, che è possibile e può essere utile e feconda, a patto di accantonare i problemi confessionali, quello del divorzio incluso. Sarebbe un grande apporto alla reazione, che spera proprio su un qualche fatto nuovo atto a impedire la collaborazione dei cattolici con tutti i partiti decisi ad opporsi a ogni ritorno al passato”.

Dunque il “compromesso storico”, come ormai tutti sappiamo, era già in atto, e Vittorini non era certo uomo da credere che simile intrigo imposto dall’alto (dagli uomini di cultura che facevano politica, in questo caso) potesse comunque fondare una nuova cultura. Per fare del buon giornalismo doveva pubblicare anche quell’articolo sul « Politecnico », naturalmente, ma nello stesso momento doveva chiedersi, come dobbiamo anche noi chiederci, se la politica del «compromesso» nasce dalla base, è vera cultura, o è invenzione partorita nella stanza dei bottoni? In parole più crude: il PCI sta dalla parte delle masse, in questa scelta, oppure continua la linea tracciata da quel Togliatti che aveva ragione contro Vittorini e il suo deviazionismo a-logico, a-politico, ma torto quando raggiungeva le stanze di Croce perpetuando la convinzione di fare la storia dall’alto – ancora una volta! – con decisioni astrattamente politiche, così come la cultura reazionaria ingenuamente tentava di imporre la propria egemonia antioperaia servendosi del filosofo «napoletano».

Ora, tutto quanto è accaduto in Italia a partire dal referendum del 13 giugno 1974 sembra avere ancora una volta sorpreso l’establishment politico e culturale italiano, spostandolo ancor più verso l’area della prudenza, rendendo pubblico anche quel «compromesso» che nei fatti, nel modo di governare il paese, è operante. E’ questo un modo di fare cultura? Direi che è lo strumento con cui la classe dirigente intellettuale italiana cerca di impedire la perdita del proprio potere, il modo in cui dice, continua a dire, volgarmente, «Qui comando io!». Oppure: «State calmi, lasciateci lavorare, sappiamo noi dove si deve andare, dove va la storia!».

2 Risposte a Chi produce la cultura?

  1. Luigi B. ha detto:

    Ecco, appunto.

    Luigi B.

  2. elio grasso ha detto:

    Penso che uomini come Antonio Porta devono essere ancora assolutamente letti, perchè la voragine che vedo fra la data di pubblicazione di questo articolo e la data attuale è troppo ampia, e riempita fino all’orlo di sonniferi…

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