Italo Testa

E l’estetica non sarà più la nostra gioia noi

irremo verso i venti, con la coda tra le gambe

in un largo esperimento


la vita è un largo esperimento per alcuni…


In quel largo esperimento che è stata per Amelia Rosselli la vita – quale avventura lirica – c’è come una scena primaria, che lampeggia nei limiti estremi dell’opera. E’ il quadro dell’io poetico steso nell’erba, in un campo, che già si staglia ne La libellula: «…dunque/come dicevamo io ero stesa sull’erba putrida/e le canzoni d’amore sorvolavano sulla mia testa/ammalata d’amore…»[1]. E’ il campo, nelle Variazioni belliche, di una «disarmonia perfetta»[2]. Nelle sue numerosi variazioni e metamorfosi all’interno del corpus poetico, questo è insieme il topos del sogno perfetto, la canzone d’amore de La libellula,«amore che fugge» negli Appunti sparsi e persi[3]: «il sogno che già c’è» di Impromptu («sognando sempre ad occhi aperti, quel sogno che già c’è)[4] – e il luogo d’incidenza dell’incubo: il  «tenerello prato/dove remano in un modo sofferente e cauto/i morti di domani…»  di Variazioni belliche[5], il «campo in lutto» di Impromptu[6].

Da questo campo Amelia Rosselli ci guarda, dal luogo in cui s’è voluta adagiare e inscrivere. E’ questo lo spazio già deciso, lo spazio lirico dell’incontro con gli altri, lo stambugio di Documento: «era per sottrarmi agli altri che preparai/lo stambugio: se mai vi fu violenza/era per prepararmi agli altri»[7]. I bordi di questo campo delimitano la spazio metrico della poesia, dal suo interno danno una raffigurazione di questa esperienza di prigionia – dove l’unico prigioniero è il poeta stesso – di libertà sotto costrizione. Non a caso gli spazi metrici sono pensati da Amelia Rosselli come «quadro… da ricoprirsi totalmente»[8]: e viceversa il campo si tramuta a sua volta in «campo dipinto», «pittorico campo». Questo è il campo dell’ostilità e della pace, di una battaglia in cui ne va del rapporto con l’altro. Così il campo è il «grano di turco», «la terra nascosta dai turchi», il «pittorico campo fatto d’altri», della cui giusta lezione ci si deve appropriare[9]. Ma è anche il campo solo mio, appropriato nel corpo a corpo cannibalesco con l’altro – gli altri poeti, stesi nel grano di turco, e mangiati: che è come se «s’avessi io dipinto quel campo»[10].

Dove si gioca il rapporto con la tradizione sta anche l’esperienza dell’altro. E così il luogo della rinascita agognata nella Serie ospedaliera («Sono rinata? Pascio nell’erba?»[11]) e dell’utopia poetica – l’inno «fuori d’ogni violenza» alla «pace perduta»[12] dove «contemplo il mio unico prigioniero, mentre voi fate alla guerra»[13] – è anche quello del disinganno, dove la «canzone preferita» si rivela «canzonetta da radio-trattoria»[14]: il «campo ottuso»[15] dove non si trovano che «sigarette mezze spente che rinunciano al significare»[16]. In questa disarmonia minacciosa viveva quell’unico prigioniero che sognava la pace mentre «con il coltello al cuore rimava»[17], senza che per questo il sogno fosse meno vero, e cessasse di essere «il sogno che già c’è».


[1] Amelia Rosselli, Le poesie, Garzanti, Milano, 20072, La libellula, p. 141.

[2] Variazioni belliche, in Le poesie, cit., p. 191.

[3] Appunti sparsi e persi, ivi, p. 636.

[4] Impromptu, ivi, p. 648.

[5] Variazioni belliche, ivi, p. 165.

[6] Impromptu, ivi, p. 650.

[7] Documento, ivi, p. 458.

[8] Spazi metrici, ivi, p. 340.

[9] Ibid.

[10] Ivi, p. 652.

[11] Serie Ospedaliera, in Le poesie, cit., p. 426.

[12] Variazioni belliche, ivi, p. 294.

[13] Impromptu, ivi, 648-9.

[14] Variazioni belliche, ivi, p. 221.

[15] Documento, ivi, p. 463.

[16] Ibid.

[17] Variazioni belliche, in Le poesie, cit., p. 299.

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Una Risposta a Amelia in campo

  1. Luigi B. ha detto:

    Mille grazie.

    Luigi B.

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