Gianluca Paciucci

Rivedere in libreria e in edicola Alfabeta, mi ha riempito di gioia (rivista della mia formazione, generose idee da cui non sono mai più tornato indietro, con semplicità antieroica). Belli gli articoli del primo numero, soprattutto quelli che non sono piaciuti a Sergio Luzzatto[1] (Illuminati e Tronti) perché vecchi e stantii, ma stantìo è tutto Il Sole 24 Ore, nella sua ortodossia veteroconfindustriale; ma pure con qualche incompletezza che mi ha portato a riflettere, irritato, con affetto.

Innanzitutto: l’assoluta assenza, spettrale, del mondo femminile da tutti gli articoli sugli intellettuali, categoria « patriarcale », devo supporre: non un nome di donna (e ce ne sono, invece, radicali, potenti  – Monica Lanfranco, Floriana Lipparini, Maria Luisa Boccia, Luisa Muraro, Lea Melandri, Rosi Braidotti, Carla Benedetti, le compiante Rina Gagliardi, Roberta Tatafiore, di cui è appena uscito l’impressionante La parola fine, e Carla Lonzi, di nuovo in libreria col suo preziosissimo Sputiamo su Hegel, e ne tralascio molte, moltissime) in quel profluvio di individui che è l’articolo di Andrea Cortellessa, « Intellettuali, anno Zero ». Due donne vengono nominate: Maria De Filippi e Simona Ventura, come quando dell’orribile governo Berlusconi con toni asperrimi e sguaiati ci si scaglia soprattutto contro Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini e le altre ministre, con argomenti che definire impolitici è poco (e non combattendone le misure adottate, ovviamente: colpire la « peccatrice » e non il « peccato », mentre dei « peccatori » si dice poco o li si assume – il « compagno » Fini e i bei ‘finiani’, tra cui l’iperfascista antiberlusconiano Menia, l’« equilibrato » Gianni Letta, il « competente » Maroni, volti feroci e perbene, da Genova 2001 ai ‘Centri di Identificazione e di Espulsione’ etc.).

Non servono quote rosa, intendiamoci, ma liberare il dibattito dalle reti strette della maschilità/mascolinità totalizzante mi sembra un passo forte, capace di farci uscire dalle parole abusate (stanco è tutto, e spossatissima qualsiasi denuncia del « silenzio degli intellettuali », visto anche il pulpito asorrosiano da cui cola la predica, dal ’77 a oggi); certo, a parzialmente colmare lacune vi è il bell’articolo di Federica Giardini « L’avvenire della differenza », ma « separato », in altra parte della rivista: perché non far cozzare i  mondi, invece, le separatezze, e creare così un modo nuovo e militante di sabotare gli schemi? Perché non ripensare la questione intellettuale anche a partire dalla questione del « genere » (maschile/femminile e altri sessi nomadi)? L’intellettuale maschio governa, dirige, si riproduce per partenogenesi, e produce dibattiti « elevati ». Essenzialmente riflette su sé stesso e sul suo ruolo, passato e futuro, glissando sul presente (intellettuali sessantottini nel 2010 sparano sul ’68…), e per queste sue prestazioni viene consultato e pagato.

Là dove questa mescolanza di generi avviene, però, non costruisce pensiero nuovo: particolarmente imbarazzante (vorrei sbagliarmi, e mi si risponda con franchezza) mi è sembrato l’articolo di Letizia Paolozzi « Vittimismo dell’anima », in cui i due supermaschi del momento, Berlusconi e Ratzinger, vengono associati, nella critica dell’autrice, alle donne -queste così presentate, senza connotazione alcuna, indeterminate, indefinite, appesantite dal plurale-: tutti e tre questi « soggetti », rifiutandosi al cambiamento, verrebbero spinti “a difendersi con il vittimismo”.

Affermazioni che ritengo improprie: innanzitutto mi sembra sia scorretto accostare due individui-istituzioni con un genere sessuale, luoghi palesemente distanti e inconfrontabili; e poi, soprattutto, mentre i due supermaschi non sono vittime ma si fanno passare per tali (può essere vittima l’uomo più potente e vile d’Italia, o il papa, occultatore di delitti contro bambini e bambine? … entrambi balbettano, si giustificano, chiedono a volte perdono, in realtà concedendolo: come quei preti stupratori che in confessione assolvono i bambini violati dal peccato da questi ultimi commesso…); le donne sono vittime vere e proprie (solo un dato: 70 femminicidi accertati dall’inizio del 2010 a oggi, 28 luglio, 70 donne uccise in quanto donne, da mariti fidanzati amanti fratelli padri, o da ex…). Ci saranno differenze tra  il presunto vittimismo delle vittime e quello dei carnefici? Spero di sì (l’articolo di Franco Buffoni, « Le omertà vaticane », in altro luogo della rivista e in altro contesto, rimette in parte le cose a posto). Accusare le donne di vittimismo non combattente né combattivo mi sembra sia un vezzo grave (banalmente provocatorio, profondamente conformista), nelle parole di una femminista storica, analogo a alcuni passaggi del sopra citato (e ripeto: splendido) libro di Roberta Tatafiore[2] e vicino alle parole di alcune donne, oggi, che blandamente ripetono la formula « sono stata rovinata dal femminismo » (con coda di « ma anche le donne uccidono » -sì, ma non così, per quantità e modalità, non così sistematicamente come i maschi violati nel diritto alla proprietà esercitato sulla donna, oggi, come cent’anni fa, e qui in Italia, non presso i « selvaggi »…; e ancora « le donne al potere sono peggiori degli uomini » -a volte sì, Thatcher-Albright-Rice-Gelmini-Marcegaglia, e mille altre, docent, ma perché selezionate in un concorso falsato / mascolinizzato nelle richieste avanzate per salire le scale del potere).[3]

Spero di essere stato non troppo oscuro né troppo duro. Ma il punto è: come poter vivere degnamente nella catastrofe in corso? Perché non disarticolare i linguaggi con forti iniezioni di differenza di genere e di « fine del patriarcato », a partire dal mondo degli intellettuali? Perché, in altro contesto, si continua a studiare una letteratura italiana interamente maschile e a ignorare il grandissimo Novecento delle Aleramo-Deledda-Morante-Ortese-Fallaci-Rosselli-Vinci, etc.? Perché si spaccia la pensione a 65 per le donne (impiegate dello Stato) come una conquista d’emancipazione, e senza quasi nessun/nessuna « anticonformista/liberista » che rifletta sui tempi della vita e del lavoro quotidiano, sul peso maggiore che grava sulle giornate di ogni donna?

Chiusi, noi uomini, nel recinto della presunzione e della violenza, anche noi ‘vittime del femminismo’: senza rivoluzioni mai, in Italia, ma con tutte le restaurazioni in campo, rapide, veloci, vincenti, e spacciate per liberazioni.

Da questo occorre ripartire, e certo non più solo ‘vittime’, nessuno e nessuna, ma finalmente di nuovo ‘combattenti’. « Alle vittime va la mia solidarietà, ma è ai/alle combattenti che va la mia ammirazione » (Emmanuel Terray).

Con vera amicizia, e scusandomi per alcune semplificazioni,

Gianluca Paciucci


[1] Luzzatto, Sergio, « Arsenico e vecchi vizietti », Il Sole 24 Ore, 11 luglio 2010.

[2] « …Che palle con questi stupri! Una campagna mediatica tronfia e gonfia si impossessa delle violentate per farne vessillo di una crociata del buono e del giusto: difendere le vittime, punire i colpevoli di un crimine odioso (…). Allora: ci vogliono le ronde? Può anche darsi. Ma invece di stare a protestare contro l’antidemocraticità dello Stato che delega ai privati (tutti maschi) il monopolio della violenza, si inventi una proposta diversa. Invece di starsene zitte e acquartierate a chiedere o subire la protezione dello Stato, si propongano le giovanotte forti e manesche (e ce ne sono!) come sorveglianti del territorio in difesa delle proprie simili (…) ». (pagg. 114-115, in Tatafiore, Roberta, La parola fine, Milano, Rizzoli, 2010, pp.151). L’autrice poi termina questo passaggio in polemica contro l’« intollerabile santificazione della donna vittima »: il solito miscuglio di antistatalismo e presunto anticonformismo, ovvero adesione perfetta al presente antistatalista e anticonformista (chi più di Berlusconi-Bossi lo è?). Roberta Tatafiore è stata donna sempre forte, e sono ingiusto nei suoi confronti, ma suggerirei ad altri ed altre di navigare in qualche sito (www.zeroviolenzadonne.it/; http://femminismo-a-sud.noblogs.org/ http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/,  e anche un sito di maschi, www.maschileplurale.it) per capire che solo apparentemente vi è rassegnazione, ma che mille realtà sono attive e combattive, nel pensiero critico e nella lotta quotidiana.

[3] Esemplare l’art. di Serena Danna, « Salvate le soldatesse dagli anni 70 », Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2010, che si scaglia contro le femministe veteronostalgiche, ovvero contro le « intellettuali » (Michela Marzano, Lorella Zanardo, nel caso specifico), tutte « vezzeggiate » dai media, privilegiate élitiste diverse dalle donne reali: è il discorso paraleghista di chi disprezza cultura e pensiero, dicendosi vicino al popolo, bue e contento di esserlo. Il pensiero alto è invece altamente, profondamente popolare.

3 Risposte a Appunti per alfabeta

  1. alcor ha detto:

    Bisognerebbe fare un articolato discorso sul potere, per rispondere a questa lettera, e soprattutto sul linguaggio del potere, perché se nella realtà industriale e produttiva e nel privato qualche potere lo hanno anche le donne, nel discorso non ancora. Non ne sono capaci? Lo rifiutano? Io ancora non l’ho capito, eppure sono una donna da molti anni.
    Qui vengono citate, a parte un paio, poetesse e scrittrici, un poeta e uno scrittore (uso il neutro) il linguaggio del potere lo scansa, come minimo, l’intellettuale, anche il più critico, no.

  2. paolod ha detto:

    Ho apprezzato molto questo intervento. C’è una permanente difficoltà da parte dell’intellettuale maschio eterosessuale a misurarsi davvero con certi temi, essenziali invece per molte donne e molti gay. Difficoltà che si traduce in omissioni, cecità, afasia. “Prendere la parola” è dunque dovere degli altri, degli assenti dal discorso. Ognuno, in fondo, parla da sè e per sè (?)

  3. carmelo ha detto:

    vorrei segnalare su Nuova rivista letteraria nr 1
    l’articolo di Rita monticelli
    Il ruolo dell’intellettuale a partire da una teoria di Edward said

    e poi ancora di silvia albertazzi
    ancora su edward said:il senso critico e i molteplici umanesimi

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