Franco Buffoni

Preferisco laico, in una accezione sempre più ampia, con la sua intrinseca connotazione etimologica “popolare”. Ateo contiene in sé la negazione di una caratteristica. La credenza viene a presupporsi come generale e “naturale” e io dovrei sentirmi definito dalla sua mancanza, menomato nella credenza. Io non sono senza qualcosa: non sono nemmeno “non credente”, come per fortuna non sono “non vedente”.
 Ateo e non credente presuppongono etimologicamente che nella norma siano i credenti. E quindi che sia io, magari, a dover dare delle spiegazioni. Laddove – dall’Umanesimo in poi – a dare delle spiegazioni dovrebbero essere i “credenti”. Almeno per quanto attiene la deformazione dei processi di conoscenza che la credenza produce.
Perché è vero che se mi dicono che nel parco dietro casa c’è Nembo Kid che svolazza, io non sono tenuto a dimostrare il contrario. Ma se tutti i miei vicini sostengono che c’è Nembo Kid che svolazza, io comincio a sentirmi a disagio.

Se poi le tv generaliste ne parlano in ogni telegiornale, se si forma una casta sacerdotale che proclama in divisa NK c’è, se vengono edificati luoghi di culto in onore di NK, io come posso sentirmi? Vero è che – per buttarla in filosofia – le condizioni ontologiche non sono cambiate, ma a me non rimane che il silenzio, e forse nemmeno quello basta. Per vivere tranquillo dovrei gridare anch’io che NK c’è. Perché, se invece ho il coraggio di continuare ad affermare che nel parco Nembo Kid non svolazza e non ha mai svolazzato, sacerdoti e accoliti cominceranno a pretendere che io ne dia dimostrazione e – se debitamente accalorati – potrebbero anche aggredirmi pur di farmi ammettere che NK c’è.
In altri termini: gli abramitici dovrebbero imparare dai loro laici, dai loro atei, ad affrontare la questione della finitudine senza ricorrere a metafisiche illusorie di sopravvivenza post mortem, con il loro portato storico di fanatismo, intolleranza, coazione a credere, persecuzioni ai non credenti. E spirito di crociata, di herem, di jihad.

In un incontro pubblico con Adonis – il maggior poeta vivente di lingua araba – avvenuto a Roma nella primavera del 2008, convenimmo che l’ostacolo maggiore allo scatto antropologico di cui necessita la Sapiens-sapiens di cultura abramitica è costituito dal monoteismo. Il monoteismo con la sua costrizione a scegliere tra vero o falso. “Non avrai altro Dio all’infuori di me” – l’espressione fondante del monoteismo – infatti, non esclude l’esistenza di altri dèi: esclude semplicemente gli “altri”. Una esclusione posta in essere da Israele nei confronti delle “nazioni”, e in seguito fatta propria anche da cristiani e musulmani: gli altri abramitici. Pronti a scannarsi – in primis – tra loro.
Legenda
E ebrei
C cristiani
M musulmani
Che si tratti di E vs M, o come spesso accade di M vs C o di C vs M o di M vs E (ma l’attacco più ferino venne scatenato 70 anni fa da C o ex C o vs E)*, ciascun “gruppo” – prima di attaccare – fa sempre riferimento al proprio dio unico e indivisibile. E’ il monoteismo in sé che – secondo Adonis e secondo me – dovremmo imparare a leggere come un retaggio mitico, con la sua coda di credenze babbonatalistiche: ordine del creato, diritto naturale, disegno intelligente…
Ebrei, Cristiani e Musulmani condividono lo stesso aeroporto, da dove nell’ordine per E decollò Elia sul carro di fuoco, per C Cristo con propellente autonomo, per M Maometto sul bianco cavallo alato. Potrebbero i loro saggi, grazie alla filologia, cominciare a pensare di avere a che fare con testi epici e non con testi sacri?
Potrebbero essi cominciare a insegnare agli innocenti che poi si massacreranno che non esistono popoli eletti, né vergini che partoriscono né profeti che decollano?
Pensate che meraviglia il cosiddetto dialogo interreligioso quando gli ebrei rinunceranno a proclamarsi il popolo eletto e i cristiani vedranno in Cristo ciò che egli fu, un saggio maestro di vita, non un dio incarnato, né un uomo che nasce da una vergine e risorge dopo la morte. I musulmani, in questa ottica, saranno lieti: non sono il popolo eletto e per loro il dio biblico non si è mai incarnato.
Come scrisse Borges: “Due greci stanno conversando; forse Socrate e Parmenide. Conviene che non si sappiano mai i loro nomi; la storia sarà così più misteriosa e più tranquilla. Il tema del dialogo è astratto. Talvolta alludono a miti nei quali entrambi non credono. Non polemizzano. E non vogliono né persuadere né essere persuasi, non pensano né a vincere né a perdere. Liberi dal mito e dalla metafora, pensano o cercano di pensare. Non sapremo mai i loro nomi. Questa conversazione tra due sconosciuti in un luogo della Grecia è il fatto capitale della Storia. Essi hanno dimenticato la preghiera e la magia”.

* Personalmente propendo per C tout court scatenati contro il popolo deicida. Ancor più motivati dalla nuova divisa.

Franco Buffoni, ultimi libri pubblicati: Roma, Guanda 2009 (poesia); Zamel, Marcos y Marcos 2009 (narrativa). In uscita in ottobre Laico alfabeto, Transeuropa 2010 (dal quale sono tratte queste pagine).

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Una Risposta a Ateo e pensante

  1. Luigi B. ha detto:

    Generalmente condivido il pensiero di fondo, anche se non concordo sulla maniera in cui è stato sviluppato. Noto un eccessivo bisogno di dare spiegazioni – nonstante venga espicitamente fatto notare il disagio di tale obbligo – espresso attraverso una retorica che vuole essere persuasivaquasi ad ogni costo. L’annosa questione del dimostrare galileiano e del confutare popperiano che – almeno a me così pare – ha già estirpato la preghiera e la magia (dunque la poesia) dall’uomo, che sia egli credente oppure no. E probabilmente – lo dico da “laico” – il problema sta proprio qui: Borges aveva ragione, ma fossi in lui non me ne vanterei.

    Luigi B.

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