Milli Graffi

Cerco di capire che cosa sia questa scrittura che invade il web e che è molto diversa da tutte le fome di scrittura conosciute finora. Una caratteristica predominante è la firma, anzi la mancanza della firma. Non ci sono più i cognomi, in linea di massima, e la firma si regge sull’uso di nomi propri molto comuni. Vien da pensare che più che scrittura siano pratiche che appartengono all’oralità. L’oralità esercita un fascino potente, perché ha le stigmate dell’autenticità, del pulsare in presa diretta con il senso/sentimento dei singoli, e inoltre facilita il rifiuto della razionalizzazione, degli obblighi burocratici delle grammatiche ecc, ecc. Gli  studi di Havelock e di Ong sull’oralità degli antichi, se mi ricordo bene, oltre a esaltare le qualità di un modus inventivo che è alla base di tutta la poesia occidentale, affermavano anche che l’oralità aveva un deciso carattere conservativo. Solo con la scrittura emerge il carattere progressivo. In realtà, la scrittura che sta emergendo dal web non appartiene all’oralità, non emerge mai l’intenzione di mantenere o difendere o salvare dall’oblio un qualsiasi tratto specifico. E’ spesso contestazione, e persino quando è elogiativa, lo è in modo così piatto che finisce per non elogiare niente. L’applauso va sentito dal vivo per affermarsi come tale, altrimenti esige uno sforzo di scrittura. D’altra parte non può esistere l’oralità scritta dal momento che manca quella risorsa fondamentale dell’oralità che è la voce. La voce è carne, è volto vivo, e la voce, questa sì, non ha bisogno del cognome.. Si dovrebbe parlare piuttosto di una coralità, di un bisogno, e di una soddisfazione, di appartenere a un coro, di essere dentro a una coralità, pur avendo qualcosa da ridire. E’ sempre forte la presenza del soggetto, e qui mi chiedo come mai se c’è questa irresistibile pulsione a esprimersi, a proporsi all’esterno per dirsi, dire se stesso, il proprio modo di sentire, il proprio unico individuale idiosincratico modello del pensare che finisce per porsi in contraddizione con gli altri milioni di individui che analogamente proclamano la propria soggettività, come mai non viene sentita l’esigenza di pervenire a una identità?

Nome e cognome, la vecchia odiata carta d’identità, l’incasellamento dentro il sociale, certo, ma anche una salvaguardia e una garanzia per tutelare i diritti della propria soggettività. I clandestini non danno il proprio cognome, per difendersi. Da cosa occorre difendersi scrivendo sul web? Come si origina, qui, la clandestinità? Possibile che questo spazio immenso del web ci renda tutti clandestini? E a questo proposito, è molto illuminante l’ultimo blog di Carlo Formenti in questa rubrica, dove ci dice che il web ha padroni fortissimi, che è passibile di subire ogni forma di ritorsione, fino all’oscuramento, da parte delle forze governative. Cioè, ci dà informazioni sicure sulla vera natura di questo senso di libertà illimitata che il web dà.

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14 Risposte a Seconda interrogazione sul mezzo

  1. Simone Ghelli ha detto:

    Non penso che sia una forma di difesa, né tantomeno di clandestinità, quella che spinge molti individui (ma non tutti) a intervenire sul blog senza firmarsi con nome e cognome. Molto spesso, penso, serve a mettere la scrittura (e quindi il pensiero) davanti alla firma (e quindi al curriculum, e quindi all’autorità, proprio come quella di chi ci ferma per strada e ci chiede i documenti). Penso inoltre che ci siano delle convergenze tra web e cultura orale, come scrissi tempo fa in un mio intervento (che si può leggere qui: http://scrittoriprecari.wordpress.com/2009/11/05/la-letteratura-il-web-e-la-compulsione-a-scrivere/) dove definivo quella maturata su blog e siti letterari una scrittura di tipo “performativo”. Insomma, il web in questo senso sarebbe sì corale, ma non per questo anonimo e indistinto (in fondo noi riconosciamo anche un nickname e il punto di vista che esso veicola, senza avere l’esigenza di sapere cosa faccia nella vita).

  2. alcor ha detto:

    L’oralità senza corpo in effetti c’è, ma nei commenti, per quei blog che hanno i commenti aperti, non nei post, che a volte – certo, molto di rado – sono testi molto belli, anche se difficilmente trasferibili su carta o in un libro, per la loro brevità e frammentarietà. A volte testi con ambizioni esplicitamente letterarie. A volte testi nati fuori dal blog e trasferiti in rete tali e quali. A volte invece “pezzi da blog” veri e propri.
    E poi bisogna vedere di che genere di blog si parla. Ce n’è davvero di moltissimi tipi. A volte sorprendenti. A volte chiusi e aperti solo agli iscritti, e lì dentro chissà cosa succede.

    Anche le ragioni dell’anonimato sono molte, e anche qui bisogna distinguere se parliamo del gestore del blog o del commentatore.

    Milli [a proposito, ciao Milli] ti vedo perplessa, ma forse dovresti navigare per un po’ senza bussola e farti sorprendere.

    • Milli Graffi ha detto:

      Mi faccio delle domande sulla scrittura del web perché mi piace la scrittura in sé, e i suoi modi di produzione. Il cospicuo fenomeno del web mi ha fatto pensare all’esplosione dei romanzi nell’Ottocento: illeggibili, ma hanno dato cittadinanza a un genere di tutto rispetto e di mirabile durata. Cos’è il blog? Dove va il blog? Faccio un’ipotesi ottimista che forse piacerà di più a Simone Ghelli. Julia Kristeva vedeva una differenza tra “discorso” e “testo”. Il discorso è «un oggetto di scambio tra un mittente e un destinatario». Visto in questa prospettiva, il blog è ricerca di un “tu” con il quale parlare, non importa se amico e nemico perché tutto dipende dal grado di aggressività che in quel particolare momento il mittente (il soggetto) aveva a disposizione.
      Un “tu” si cerca meglio con il solo nome, facilitazione dello scambio ecc.
      Ben più interessante è quel che Kisteva dice sul “testo”, che individua come pratica significante o processo di produzione di senso, per il quale non si può parlare di una «struttura già data, ma come di una strutturazione, come un apparato che produce e trasforma il senso, prima che questo sia già prodotto e messo in circolazione».
      La coralità permette di far circolare la strutturazione, la stimola, l’avvia: verso dove? non si sa e per ora non importa saperlo.
      Che cosa diventerà il “testo” al fondo di questa coralità?

      (Dico ad alcor: il tuo «Milli (a proposito, ciao Milli)» è un piccolo gioiello perché è “discorso” ma ha l’aria di essere già una riga di “testo”, ma mi spieghi come faccio io a renderti il saluto? “ciao alcor” rischia di farmi diventare aggressiva. “Ciao contratto simpatico pseudonimo” va bene?)

      • carmelo ha detto:

        solo ora ho letto il tuo intervento Milli ( il tu in questo caso è convenzionale ma anche un attestato di stima)
        e trovo molto giusto il tuo il tuo atteggiamento verso il mezzo, aperto ma riflessivo e critico; solo la giusta distanza permette uno sguardo acuto e profondo, una interrogazione intelligente, che pone le domande giuste per avere le giuste risposte.

  3. alcor ha detto:

    @Ghelli, guarda che il tuo link non funziona

  4. claudia b. ha detto:

    Questi post mi lasciano sempre un po’ perplessa, soprattutto la scarsa dimestichezza con il linguaggio della Rete. Per esempio, quello di Formenti non è un blog, ma semmai un post. Chi non mastica l’inglese può semplicemente chiamarlo “articolo”, non fa differenza. Invece, Alfabeta2 è un blog.
    Inoltre, come sottolinea Simone, di oralità e scrittura in Rete si ragiona da tempo, con risultati molto interessanti (come le riflessioni sulla scrittura performativa di Scrittori Precari).

  5. carmelo ha detto:

    La rete è per me oggetto di continua riflessione. Ci sono entrato per la prima volta nel 1999 (avevo la possibilità con gli amici latinoamericani tedesci e spagnoli con una facilità fino allora impensabile), ho imparato da autoditatta il linguaggio html per creare un sito, senza molte pretese e ospitare le poesie e le riflessioni dei miei amici. In tutti questi anni ho cercato guardare a questo potente struumento con la giusta distanza, senza cadere nelle facili tentazioni del rifiuto e demonizzazione o dell’esaltazione incondizionata.
    E’ giusto quindi continuare a riflettere sul mezzo, per sfruttarne appieno le potenzialità e scansare le insidie e indivuduare gl iaspetti negativi, che pure sono tanti e non vanno mai sottovalutati.
    Bisogna partire dal fatto che la rete ha ormai una diffusiona di massa, è utilizzata nei luoghi di lavoro, non solo quella “pubblica” come strumento di informazione e di consultazione ( uno strumento che richiede comunque competenze e conoscenze preesistenti), ma anche come quelal priovata attraverso la quale vengono, ormai in tutte le aziende di grande dimensioni (come la mia per esempio), pensati realizzati e gestiti i sistemi di gestione e i processi.
    L’uso della mail è diventato anch’esso uno strumento ordinario e indispensabile di comunicazione (anche formale nell’ambito lavoritivo) e presenta indubbi vantaggi.
    Seconda osservazione: uno degli aspetti più positivi della rete è che consente lo scambio di esperienze, di emozioni, di conoscenze e di affetti, superando le barriere generazionali, sociali, e spaziali.
    Per esempio io che ho 50 anni ca (eh eh) ho moltissimi amici e amiche di 35 anni e persino di 20 conosciuti nella rete per comuni interessi di lavoro o culturali e/o di qualsiasi altro genere, o per il sempolice desiderio di comunicare. Io che lavoro in un settore finanziario conosco e comunico in modo proficuo con critici letterari (ohibo quando mai nella vita reale !) italiani ma anche argentini/e o spagnoli, alcuni di loro non li ho mai incontrati ne mai potro’ farlo.
    Lo stesso discorso si puo’ fare sulle comunita organizzate nella rete per scopi interessi diversi e con diversi strumenti, alcuni autogestiti altri invece organizzati e gestiti come dei veri e propri business
    Tutto questo grazie alla rete. E questi gli aspetti positivi.
    Ma è giusto riflettere anche sugli aspetti negativi cui puo’ condurre il cattivo uso e l’abuso di quest ostrumento. Uno di questi per esempio è la ridondanza delle informazioni, l’incertezza sulla loro attendibilità, la mancanza di accuratezza (ciò che conta è la velocita) l’omissione della verifica delle fonti da parte di chi scrive persino di chi lo fa professionalmente. Queste e tante altre problematiche che mi piacerebbe discutere con voi. Per esempio mi sono preso la briga di verificare come sia potuto accadere che una notizia falsa (Roberto Bolano è tossicodipendente) sia potuta diventare vera persino per gironali prestigiosi (NY times, The Guardian) e scrittori importantio (Jonatn Lethem) e chi ha un po’ di tempo puo’ divertirsi a scoprire come
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/02/bolano-falsificato.html

    Ho cercato di fare una piccola ricerca (molto piccola) su quanti si sono espressi al riguardo e spero di poter quanto prima fornire l’indirizzo dove poter consultare gli articoli e i saggi in questione
    ma ora vorrei offrire alla vostra e mia riflessione una parte di un intervento di raffaele Simone (che poi riassume il contenuto di un libro scritto se ricordo bene nel 2000 “la terza fase”) su quell oche lui definisce il paradigma digitale

  6. carmelo ha detto:

    raffaele simone
    il paradigma digitale
    parte di (Conferenza tenuta a Venezia il 5 giugno 2000. Il testo è stato lievemente ritoccato per la lettura).
    puo’ essere consultato anche qui
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/
    tag digital times

    Cosa accade nel caso della scrittura digitale emblematicamente rappresentabile dalla scrittura con il calcolatore? Il testo digitale enfatizza a dismisura la fase processuale, cioè la fase di creazione del testo. Nello scrivere, chiunque adoperi risorse digitali sa, o capisce immediatamente, che può compiere una quantità di operazioni che prima erano o difficili o addirittura impossibili: può redigere, può scalettare, può modificare, tagliare, incollare, spostare, sintetizzare, spostare a grande distanza, montare un testo dentro l’altro e così via. Tutte queste operazioni sul display non lasciano alcuna traccia di sé; non notiamo nessuna ferita, nessuna cicatrice, nessuna cucitura delle operazioni che abbiamo compiuto e che fino a una attimo prima della scrittura digitale avrebbero lasciato tracce fisiche ben visibili: correzioni, montaggi, pezzetti aggiunti, cancellazioni eccetera. Sul display digitale il testo si riassesta da sé ad ogni modifica, cancellando (la maggior parte dei programmi lo fa) i passaggi che si sono attraversati per arrivare al prodotto finale. In questo modo l’idea stessa di un prodotto veramente finale, che era il concetto fondamentale del paradigma platonico, di un prodotto chiuso, ne varietur, di una scrittura oltre la quale non si può andare, si indebolisce fino a scomparire completamente. Il testo digitale non è mai ne varietur, come sa chiunque di noi scriva con il calcolatore; tutti sappiamo che possiamo rimettere sempre mano a quel testo e richiuderlo indefinitamente; ciò crea anche delle sindromi e delle sofferenze ben note a tutti noi ( in particolare coloro che hanno a che fare con laureandi o dottorandi sanno che molti giovani soffrono del fatto di non essere costretti mai da un fatto interno a chiudere il testo, perché quel testo può essere sempre ritoccato). Ciò dipende dal fatto che, una volta chiuso il testo, lo si può riaprire indefinitamente creando così un effetto speciale non da poco, se si considera che tocca uno dei fondamenti della riflessione platonica sulla scrittura. Il testo digitale infatti, essendo infinitamente riapribile, è un testo permanentemente e intrinsecamente instabile: non possiamo mai dire che si sia stabilizzato sotto forma di prodotto definitivo, la bebaiotes di cui parlava Platone, e su cui ho tanto insistito, è improvvisamente e immediatamente dissolta. In secondo luogo il testo digitale è immateriale non ha bisogno di un supporto di carta, non ha bisogno di acqua nera, come diceva il vecchio Platone, non fa volume, né massa, non si tocca, non si accumula, non ha neppure peso né odore: si vede su uno schermo, ma in realtà quel che vediamo non sono segni grafici ma solamente pixel elettronici; quindi un corrispondente analogico, improprio, della scrittura. Per conseguenza il testo digitale non porta traccia della mano del suo autore, uno dei concetti fondamentali dell’idea di scrivere, come ho cercato di mostrare, non mostra ductus; perché non è il suo mestiere; non porta traccia della consistenza o del peso della mano che scrive; non porta traccia di colore d’inchiostro, di nulla di simile; tutti questi concetti sono inapplicabili; persino la pagina che vediamo sul display sembra una pagina ma in realtà non lo è: è una rappresentazione iconica di una pagina, perché in realtà si tratta di una superficie di cristallo. Questa proprietà del testo digitale è connessa al fatto che, a differenza del testo scritto rispondente al paradigma platonico, il testo digitale è un testo delocalizzato e adespota, cioè privo delle due fondamentali proprietà che ho illustrato prima, della localizzazione e della despotia. Un messaggio di posta elettronica è l’esempio più vistoso di testo delocalizzato: come sapete il messaggio e-mail può essere spedito e ricevuto in ogni parte del mondo senza portare nessuna traccia del sito da cui sta proveniendo: è quindi totalmente delocalizzato, possiamo rispedirlo, farlo circolare, forwardarlo illimitatamente ad altre persone senza che nessuno sappia dove siamo nel momento in cui l’abbiamo o scritto o forwardato. Quindi non esiste, per lo meno per l’utente comune, il modo di capire da dove questo messaggio ci stia arrivando. Analogamente questo messaggio è totalmente adespota: l’indirizzo elettronico del mittente può essere segnalato, ma in realtà nessuno può garantire che quel mittente sia esattamente la persona che ha scritto il testo e quindi il concetto stesso di responsabilità dell’autore, rispetto ai testi generati nel paradigma platonico, è totalmente cambiato.

    La posta elettronica, e in generale il testo digitale, esalta un’altra proprietà tipica della testualità, e cioè l’illimitata diffondibilità: il testo digitale una volta scritto può essere spedito immaterialmente cioè senza passaggio di massa e di materia, ma di piccolissimi, irrilevanti quantità di energia, a un numero illimitato di destinatari, ognuno dei quali può riaprire quel testo, integrarlo, modificarlo, elaborarlo, e farlo circolare così modificato presso un numero illimitato di altri destinatari.

    L’esempio più parlante di questo fenomeno, di questa illimitata espandibilità adespota e delocalizzata, è costituito dai chat groups che sono una simulazione di conversazione a più voci dove ciascuno aggiunge qualcosa di suo ma in cui non sappiamo se questo qualcosa risale effettivamente alla persona che sostiene o dichiara o esibisce di essere l’autore di quella porzione di testo oppure per esempio a un qualsiasi impostore. Questo problema è delicato; non tanto nel caso dei gruppi di conversazione quanto, per esempio, nelle transazioni per via telematica, nei contratti telematicamente generati; e sarà delicato in una pratica testuale molto particolare che è la denuncia dei redditi telematica, che si sta diffondendo anche in Italia di recente. Ci sono dei segnali che dicono “sì sono io” ma in realtà questi segnali sono a loro volta adespoti: la riferibilità di un testo al suo autore è con questo nuovo paradigma totalmente perduta. Il testo parlato ha una forte contestualità, è radicato, embricato nel contesto in cui viene prodotto, mentre invece il testo scritto è dotato di media contestualità e il testo digitale di nessuna contestualità; cioè in un testo elettronico, soprattutto di posta elettronica o assimilabile a quello, dobbiamo sempre costruire il contesto nel quale stiamo operando, e descriverlo al nostro interlocutore o al nostro destinatario. Il testo parlato ha soltanto una fase processuale: salvo casi molto particolari, è difficile distinguere la fase processuale da quella dal prodotto, perché nel momento in cui parliamo stiamo processando il nostro testo.

    Nel testo scritto tradizionale le due fasi sono nettamente distinte, come Platone aveva chiaramente visto; la fase processuale è aperta, lunga e indefinitamente prolungabile, ma quando il testo approda alla chiusura non si può più toccare; la fase del prodotto è una fase chiusa. Il testo digitale ha invece una sola fase processuale illimitatamente aperta, non potendo per ragioni di principio essere mai dichiarato chiuso. Si tratta di un testo nel quale chi sta scrivendo, o anche persone sopraggiunte a scrivere, possono illimitatamente rimettere mano producendo delle modifiche. Per conseguenza il testo parlato non è interpolabile: nessuno può inserirsi nel mio discorso e dire delle cose spacciandole come dette da me, né io posso fare lo stesso con voi; il testo scritto è interpolabile solo nella fase processuale, cioè soltanto durante la lavorazione io posso inserirmi nel testo scritto e modificarlo; il testo digitale invece è interpolabile in ogni momento.

    Il testo orale non è archiviabile se non con supporti esterni: non possiamo conservarlo, e comunque per millenni non abbiamo potuto conservarlo in nessuna forma; il testo scritto è archiviabile in forma materiale; il testo digitale in forma che io chiamo qui, un po’ esagerando, immateriale, ma in realtà un dischetto, un cd rom o altri archivi elettronici di maggiori dimensioni hanno una materialità tutta speciale, perché conservano microscopiche quantità di informazione magnetica e quindi non fanno massa. Il testo parlato ha un supporto immateriale: non abbiamo bisogno di attrezzi per parlare; il testo scritto ha un supporto materiale: possiamo immagazzinarlo sotto forma, per esempio, di carta; il testo digitale ha un supporto immateriale: noi possiamo scriverlo, ma non siamo tenuti a depositarlo sotto forma di carta o altra forma fisicamente riconoscibile. Il testo parlato ha una limitata diffondibilità; il testo scritto, come Platone aveva visto, ha una larga diffondibilità; il testo digitale una illimitata diffondibilità. Il testo parlato è fortemente localizzato, e poi ,via via, relativamente localizzato (testo scritto), non localizzato (testo digitale).

    Il testo parlato è autografo (bisognerebbe dire autofono): non può essere parlato se non dalla persona che lo sta parlando; il testo scritto è potenzialmente autografo; in taluni casi è o deve essere autochiro, cioè deve essere scritto proprio da quella mano e non da altra mano: l’autochiria è dunque la sua proprietà più marcata e determinante; il testo digitale non è autografo in nessun senso: nessuno può dire “riconosco il font del mio vecchio amico”, mentre posso dire “riconosco la grafia di un mio vecchio amico”. Quindi il testo digitale non è autografo in nessun senso, e fino a questo momento sembra non poterlo essere per ragioni di principio. Come vedete, i cambiamenti non sono da poco, e per il momento mi attengo soltanto ai cambiamenti di carattere superficiale, perché ci sono cambiamenti di carattere profondo attinenti per esempio ai meccanismi mentali, cognitivi, al modo di adoperare l’informazione, della conoscenza di cui ciascuna di queste testualità si serve ma di cui non dirò assolutamente nulla.

    Il paradigma multimediale
    Dirò invece per concludere qualche cosa a proposito del terzo paradigma che sta scombussolando parecchio le carte di chi riflette su queste cose, perché fino a qualche anno fa sembrava che, contrapponendo il testo scritto secondo il paradigma platonico a quello digitale, la tipologia fosse completa, e nulla più ci fosse da raccontare su questo tema.

    Da qualche anno si impone sempre più chiaramente una terza forma di scrittura, che chiamo multimediale, e che, sfruttando ed enfatizzando alcune delle proprietà del testo digitale, sta producendo dei fenomeni che non stanno né nella prima né nella seconda delle categorie che ho illustrato fino a questo momento. Piuttosto che commentarlo voglio dare due esempi di testo multimediale: uno è la scrittura delle pagine internet, che sono una tipologia importante di scrittura: al tempo stesso testo scritto, immagine, suono, link, movimento; cioè una commistione di media in cui la scrittura offre spesso l’armatura complessiva dell’architettura ma non è assolutamente l’unico dei canali di cui ci si serve. Non sopporteremmo una pagina internet fatta solo di testo scritto; anzi consideriamo modesti i siti dove si apre e c’è una paginata di testo scritto vogliamo qualche cosa di più, in cui la scrittura è soltanto una componente. Quindi la scrittura non è più la modalità privilegiata del testo scritto, ma diventa una modalità insieme ad altre; è multimediale e al tempo stesso cambiano taluni presupposti della scrittura; è una scrittura destrutturata: in internet non possiamo leggere un testo che sia più lungo di 10-15 righe; una delle prime cose che deve imparare il web writer è appunto l’abilità di scrivere in 4 righe un pacchetto di notizie dal quale poi, cliccando in maniera appropriata, si possa passare a un altro testo, che è di 12 righe, dove il discorso finisce. Un livello di 36 righe, o peggio ancora di 50 pagine, sarebbe in quel caso insopportabile. Il testo scritto deve associarsi a immagini; l’immagine deve avere una certa interrelazione con questo testo; i modelli di scrittura quindi si vanno integrando con altri canali, e al tempo stesso destrutturando nel loro intrinseco.

    Ci sono però altre forme più semplici, e se volete tecnologicamente più primitive e secondo me, non particolarmente apprezzabili, di questa scrittura multimediale; sono da un lato le scritte sui muri, un fenomeno che considero detestabile ma che senza alcun dubbio rivela il trasformarsi del concetto generale di scrittura che anche persone poco alfabete stanno elaborando nella loro mente: la convivenza di scrittura, immagine, interazione con altri media (per esempio il mondo musicale, giovanile, il mondo politico), in cui la scrittura può essere un elemento di inquadratura di questa complessa organizzazione, ma non è più assolutamente la pista fondamentale attraverso cui il messaggio passa. In un testo interessante, curato da Paola Desideri e altri, che si intitola I segni sui muri, ci sono fotografie e discussioni piuttosto notevoli: per esempio sul fatto che anche lo zainetto dei bambini e degli adolescenti sia diventato un veicolo multimediale di scrittura, immagini, rappresentazioni; non sono particolarmente versato, non avendo più figli piccoli, ma rimango meravigliato dalle argomentazioni che questo libro contiene, perché si vede che anche un preadolesecente, come un tempo si diceva, elabora una propria idea di multimedialità per cui lo zainetto non è un contenitore ma è un portatore di messaggi, e questi messaggi sono in parte scritti, in parte disegnati, in parte richiamano il contenuto dello zainetto; c’è insomma un’interazione di codici straordinariamente complessa che mi lascia immaginare che la scrittura tenda, a diversi livelli (da internet alla scrittura sui muri e alla scrittura infantile sugli zainetti) naturalmente verso una multimedialità di qualunque forma, talvolta povera ed elementare, persino ripugnante, come considero la scrittura sui muri, ma comunque rivelatrice di una necessità di associare il testo scritto a qualche altra cosa.

    Anche qui sarebbe facile trovare delle analogie nella storia; quindi probabilmente siamo soltanto innanzi a uno dei tanti pendoli della cultura. Ma in questo caso il rintocco del pendolo è più imponente e, secondo me, anche più inquietante perché il motore di questo pendolo non è più soltanto l’evoluzione della penna o della tecnica di scrittura, ma è l’evoluzione della telematica, dell’informatica, entità cioè enormemente più potenti e più rilevanti.

    Concludo dicendo che, qualunque operazione di scrittura facciamo, ci collochiamo inevitabilmente in uno di questi modelli; secondo me può essere utile riflettere un po’ su questi paradigmi per vedere in quale siamo, in quale potrebbe essere più interessante spostarci, a quali orizzonti o traguardi ulteriori si possa eventualmente tendere nello sviluppo di una tematica, quella della scrittura, che sembrava sistemata per sempre e che invece rivela ogni momento straordinarie possibilità di innovazione.

    Questa pagina è stata pubblicata nel giugno 2000.

    • Jan Reister ha detto:

      carmelo, se vuoi segnalare materiale interessante, puoi indicare semplicemente il link, e se vuoi un breve estratto, ma evita le lenzuolate di roba incollata se possibile. Grazie!

  7. alcor ha detto:

    @Milli
    “ciao Alcor” va benissimo, non c’è niente di aggressivo, tu sei il primo caso che mi capita di interazione in rete come Alcor con una persona che mi conosce fuori senza nick, perciò il saluto. Adesso vedo di rimediare, altrimenti è troppo sbilanciato.

  8. carmelo ha detto:

    @jan reiser
    chiedo scusa e obbedisco

  9. francesco di lorenzo ha detto:

    Grazie, basta così!

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