Daniele Giglioli

Il dibattito sugli intellettuali e la loro fine è come una febbre che si riaccende periodicamente. Se ne guarisce ma lascia sfiniti, e si ha la certezza che ritornerà. Formuliamo allora qualche auspicio per fare, come diceva Pascal, buon uso della malattia.

Ce ne dà occasione la prima uscita della nuova serie di “Alfabeta”. Ne discutono Umberto Eco, Andrea Cortellessa, Andrea Inglese, Augusto Illuminati. Il tema viene ripreso da Eugenio Scalfari sull’”Espresso”,  mentre altri gli dedicano cenni di una sufficienza preventiva che sarebbe anche questa tutta da interpretare (roba da vecchi bacucchi, hanno scritto non so più se Sergio Luzzatto sul “Sole 24 ore” o Mariarosa Mancuso sul “Foglio”). Fatte le differenze, nessuno ostenta ottimismo, così come malinconici erano fin dal titolo un volume di Alberto Asor Rosa uscito non molto tempo fa (Intellettuali, il grande silenzio), o un articolo di Romano Luperini comparso sull’Unità nel 2004 (Intellettuali, non una voce). L’intellettuale, un certo tipo di intellettuale, è senz’altro scomparso: non ha più pubblico, non ha più influenza, non ha più mandato sociale, parla solo ai suoi simili, che spesso, come nota giustamente Scalfari, non lo ascoltano nemmeno loro. L’alternativa è elaborare il lutto o continuare a mantenere in vita un cadavere. Ma è proprio così? O la crisi contiene un germe di opportunità?

Ora, è vero che vedere opportunità nella crisi era la specialità del defunto intellettuale: dove maggiore è il pericolo cresce anche ciò che salva, è il motto a cui si ricorre quando non si sa più a che santo votarsi. Proviamo a dargli una declinazione più materialistica. Un ciclo si è concluso. L’intellettuale per come lo abbiamo conosciuto (da Voltaire a Sartre; lo Zola dell’affare Dreyfus, spesso citato nel dibattito, era solo una tappa intermedia), non ha più ragion d’essere. Per esistere aveva bisogno di una società più o meno cosiffatta: da una parte una gran massa di popolazione analfabeta o quasi, e il potere e il sapere requisiti nel gabinetto del sovrano o nel chiostro dell’accademia; dall’altra l’esigenza, avvertita in strati sempre più ampi di cittadinanza, di veder restituiti al comune, all’uso pubblico della ragione, quegli strumenti di governo degli uomini e della natura che sono impliciti nel motto kantiano in cui si riassume tutta l’impresa dell’Illuminismo: camminare eretti, pensare con la propria testa, uscire dallo stato di minorità.

Era in questo senso che l’intellettuale poteva esercitare il suo prezioso e contraddittorio ruolo di mediazione. Prezioso: perché prima di Voltaire e soci nessuno aveva pensato di sottoporre al vaglio di uno stesso pubblico la fisica di Newton, la filosofia politica di Locke, le teorie economiche dei fisiocratici e poi la storia, la morale, l’estetica, la religione. Contraddittorio: perché l’elemento critico si sposava necessariamente all’instaurazione di una figura carismatica, autorevole non solo per la qualità della sua prestazione ma per il prestigio intrinseco che la figura del “grande” intellettuale portava con sé (c’è il Viet-Nam? Chiediamo a Moravia; c’è l’aborto? Chiediamo a Pasolini), il che contraddice frontalmente l’imperativo a pensare da sé da cui l’intellettuale ha tratto la sua legittimità. Vero e in fondo impossibile espletamento di quel compito sarebbe stato dire: fai come me, pensa da solo (cioè non come me, non sulla base di quello che ti ho detto io).

Se questo è vero, non si potrà mai essere abbastanza grati alle trasformazioni sociali (alfabetizzazione di massa, centralità sempre maggiore del sapere e della conoscenza nella produzione sociale, lavoro cognitivo, comunicazione diffusa, insomma il postmoderno) per aver sciolto questo nodo: per aver cioè finalmente distinto tra critica e carisma. Non che il carisma sia scomparso (ne abbiamo tristi riprove ogni giorno); ma che lo esercitassero gli intellettuali non era una buona cosa. Carisma è separatezza, è requisizione del comune. Più che alla stanca diatriba sull’intellettuale organico o disorganico, ricavata da un Gramsci spesso frainteso, è a un altro Gramsci che bisognerebbe oggi guardare, quello delle straordinarie pagine sul senso comune: filosofi, cioè intellettuali, sono tutti, ovvero tutti dovrebbero esserlo. Finché l’intellettuale era a sua volta un sacerdote,  (cioè l’amministratore di qualcosa di sacro; e legislatore o interprete, per riprendere una fortunata distinzione di Zigmunt Bauman, in fondo poco importa), questa possibilità era negata in radice. Ma finalmente il cielo è caduto sulla terra, e non possiamo che rallegrarcene.

Ad essersi redistribuite però sono per ora solo le competenze, non lo spirito critico; i saperi, non il loro utilizzo in direzione dell’autogoverno, dell’autonomia, della sottrazione al comando. Lo sguardo malinconico è miope ma coglie qualcosa. Non più pochi ma molti trafficano con i simboli, le immagini, i discorsi e le narrazioni: il punto è per farne cosa. Allo stato attuale, più che altro per guadagnarsi la vita (in senso lato: non solo mantenersi ma accedere alla visibilità, al riconoscimento, alla “pubblicità”); non per cambiarla. Che le si chiami “classi creative” o “intellettualità di massa”, la maggior parte delle figure addette alla produzione simbolica (designer, grafici, architetti, copywriter, creatori di software, ecc: non solo romanzieri e studiosi) danno l’impressione di vivere in un tempo non post ma preumanistico: artigiani che hanno come unico orizzonte di socialità la bottega, il tramando delle tecniche, la necessità di sollecitare sempre di nuovo la committenza. Il senso critico è mal visto, e lo è appunto perché la committenza, la si chiami industria culturale o come si vuole, non vuole saperne. Per ragioni perfettamente comprensibili: sapere e immaginazione si vendono bene; una critica non la compra nessuno. Questa è allora la vera domanda: come cogliere, come far crescere, che istituzioni dare a quel senso critico diffuso, disseminato, comune, reso possibile dalla fine del carisma? E come evitare che il posto lasciato vuoto dal carisma venga occupato dal ricatto della visibilità mediatica? Vasto programma, che però non giustifica la malinconia. Un compito storico da adempiere qui e ora, altro che lutto e perdita di ruolo. Hic rodus hic salta.

8 Risposte a Intelletuali: tra critica e carisma

  1. Milli Graffi ha detto:

    Il senso critico diffuso disseminato comune fa parte di un processo di alfbetizzazione che di per sé è sempre ottima cosa e che potrebbe essere uno dei pochi effetti positivi del postmoderno.
    Quel che io lamento è la totale dissoluzione della spinta teorica all’interno degli apparati critici (che non si possono nemmeno più chiamare “apparati”). Dove sono finite le scienze umane? Il Novecento è stato meravigliosamente prodigo mell’elaborazione teorica, ma di questo nel postmoderno non è rimasta traccia. Una critica senza il nerbo della teoria che la sostiene ha purtroppo un effetto risibile.

  2. Paolo ha detto:

    Cosiccome sarebbe più corretto scrivere “Hic Rhodus hic salta”, mi sembra che il finale dell’articolo sia un pò sbrigativo…nel senso che gli intellettuali esistono, solo che non li si vede?

  3. carmelo ha detto:

    vorrei segnalare l’intervento di oggi sul manifesto di massimo raffaeli – intellettuali, di che parliamo, che spero venga qui riproposto (magari tra qualche giorno)

  4. carmelo ha detto:

    sto seguendo con interesse questi interventi che oltre a tentare di chiarire il ruolo e la funzione degli intellettuali si sforzano di darne una definizione aggiornata, che sia cioè in grado di definre il mutato contesto in cui si muovono gli attori sociali.
    Mi fa molto riflettere la tua frase:
    figure addette alla produzione simbolica (designer, grafici, architetti, copywriter, creatori di software, ecc: non solo romanzieri e studiosi)
    sono d’accrodo che per l’appunto gli intellettuali sono coloro che contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica e dell’immaginario collettivo.
    Piu’ che artigiani io li chiamerei tecnici ed includerei gli operatori dei media (televisoone in primo luogo) della pubblicità e del marketing.
    Tecnici per l”appunto che metteno a disposizione competenze “specialistiche” e parcellizzate al servizio di un’idea standard, di un prodotto standard per la costruzione di un senso comune standard.
    In questo senso si puo’ provocatoriamente dire che Berluscone e i suoi tecnici siano degli intellettuali molto efficaci

    • Domenico ha detto:

      Ma di che stiamo parlando?!…
      Abbandoniamo le prosopopee e rendiamoci bene conto dei tempi in cui viviamo. E rendiamoci pure conto che (per fortuna) il divismo carismatico (in buona fede ieri in cattiva oggi) è l’anti in assoluto per l’intellettuale. Pretese se sono avute tante e ancora oggi si va per cimiteri a riesumare cadaveri di vecchie categorie e di fantasmi. Io dico: liberiamoci dai fantasmi e si svolga, ciascuno nel proprio ambito, un lavoro intellettuale onesto e di qualità. Per i salvatori del mondo non è più tempo: essi hanno già provocato guasti, a sufficienza. Il mio invito è, dunque, di tornare a inforcare le matite e a calarsi nel proprio lavoro intellettuale, ostinestamente (scusata il neologismo, m’è scappato). E scusate l’allergica intrusione.
      Domenico

  5. Michele ha detto:

    Credo che il ruolo dell’intellettuale, o la sua riscoperta in uno scenario decisamente mutato, come ha ben evidenziato Giglioli nel suo articolo, passi anche necessariamente per l’assunzione di una responsabilità. Se è vero che oggi possiamo parlare di intellettualità diffusa, o meglio, di competenze sparse nella società, a venir meno è proprio una presa di posizione. Scrittori, critici, giornalisti, docenti, pubblicitari, editori, librai ecc., ciasucno nel proprio ambito dovrebbero dare un segno, una direzione al proprio lavoro.
    Se così fosse non dovremmo assistere impotenti alla distruzione dell’Università pubblica, né alle leggi criminali in materia di editoria.
    Lontani dal carisma, nel proprio agire quotidiano dovrebbe manifestarsi l’azione e la presa di parola di uno spirito critico in grado di prendere posizione, in maniera netta quando necessario. Questo mi pare che continui a mancare. All’azione quotidiana si preferiscono le cattedre e i salotti.
    Ho assistito a Bologna alla manifetazione per la scomparsa di Edoardo Sanguineti. Se davvero vogliamo ricordarlo al meglio, oltre a leggere i suoi testi e continuare a studiarli, dovremmo anche iniziare a non tacere, a sporcarci le mani.
    Anche per questo Sanguineti mi è caro, non solo per i suoi libri.

  6. Luigi B. ha detto:

    Personalmente penso che il discorso che si sta portando avanti non segua i buoni propositi da cui è partito. Perché – se, come dice Giglioli, la società è cambiata – si continua a cercare di riproporre una figura già in stato comatoso ai tempi di Pasolini, del gruppo 63 etc. etc.?
    Si, l’alfabetizzazione di massa ha fatto capire a tutti che quello che diceva Pasolini o qualsiasi intellettuale di turno lo si poteva pensare da sé, che si poteva non essere d’accordo, che è una questione di quali strumenti si possiedono.
    Il problema dell’alfabetizzazione e della cultura di massa è che ha dato un bottone rosso ad un bambino senza dirgli che aziona una bomba. Lo stesso vale per il discorso sul mezzo di Milli.
    Invece di elevare la media della popolazione alla cultura, si è abbassata la cultura ad un livello popolare. Come sorprendersi di fronte ai nuovi romanzieri e poeti low cost della domenica? come meravigliarsi della scomparsa della figura dell’intellettuale?
    Se proprio si vuole riesumare questa figura, allora l’intellettuale è colui il quale mette a disposizione le proprie capacità acquisite grazie ad un vantaggio sul resto della popolazione (chi può permettersi di leggere tutto il giorno ed esser pagato per questo?) aiutando ilresto della popolazione a gestire le conoscenze di cui è potenzialmente fornita: costruzione di un senso civico e critico.
    Ma mi pare che il conflitto di interessi riguardi un po’ tutti gli intellettuali quando si tocca questo tasto. Chi infatti è davvero disposto a rinunciare al “potere” acquisito grazie proprio al fatto che i più “non capiscono una mazza o quasi perché lavorano come asini e nel tempo libero guardano lucignolo e si fanno le lampade?”
    Gli intellettuali non sono affatto scomparsi, anzi. È la società che non sa che farsene di persone colte e intelligenti che però se la cantano e se la suonano da soli e alla fine champagne per tutti (gli invitati, si intende). Non si intravede nemmeno lontanamente la gratuità ddel loro lavoro, il bisogno di condivisione disinteressata (dove questo non vuol dire privarsi di alcun tipo di ricompensa).
    Tanto per fare un esempio, la redazione di Alfabeta 2 mostra una ampia lista di nomi. Gli stessi d almeno una mezza dozzina di altre riviste e attività “intellettuali”. Ora, due son le cose: ho gli “intellettuali” sono molti meno di quel che credo, oppure l’ambiente ha bisogno di aprirsi un po’. Sanguineti è uno dei maggiori poeti del 900, ma se non ve ne siete accorti è morto qualche mese fa. Umberto Eco (di cui mi pare di non aver letto ancora nessun articolo qui) fa fin troppo l’intellettuale in decine e decine di posti diversi e mi chiedo dove trovi il tempo per far tutto e farlo bene. E mi fermo perché credo di aver reso l’idea.

    Luigi B.

  7. AntonioPorta ha detto:

    Chi produce la cultura?
    Togliatti aveva ragione. Gli uomini di cultura devono essere e non dirigere, devono esserci quando devono confrontarsi ma non avanzare pretese egemoniche. Gli uomini di cultura si confrontano di continuo, se ne hanno le forze, con tutta la cultura che cresce fuori di loro. Gli uomini di cultura non possono avere altro potere che quello che gli deriva dalle loro opere nella misura in cui tali opere non rimangono schiacciate dal confronto con la realtà, con la cultura in movimento. L’impegno di un uomo di cultura è sempre totale e raggiunge il suo scopo quando nelle sue parole o nei suoi atti riesce a concentrarsi almeno una particella infinitesimale di conoscenza. L’uomo di cultura rischierebbe di diventare un alchimista se non si fissasse saldamente ai principi fondamentali della scienza. Non esistono infatti due culture, nè per gli uni nè per gli altri. Esistono invece uomini di cultura che, per così dire «vanno in orbita», forse “di parcheggio”, ma non di costoro conviene occuparsi.
    L’idea di cultura e di “uomo di cultura” che Vittorini aveva era straziante: la sua convinzione che tale uomo (con il sospetto che in alcuni casi fosse anche “più uomo” degli altri, ahimé!) facesse la storia dunque la cultura, quale essere mediatore delle vere esigenze delle masse al di là o al di sopra delle spicciole contingenze, può essere messa tra le cause dei fallimenti dei cosidetti intellettuali degli ultimi trent’anni, delle costanti abdicazioni, delle periodiche “sorprese” di fronte ai veri rivolgimenti culturali provocati dalle lotte, dal movimento di massa.
    Dunque Togliatti aveva ragione quando opponeva l’argomento decisivo della famosa intervista di Croce (1908) per mezzo del quale la cultura italiana faceva dire al suo massimo filosofo che “il marxismo è morto”. Immaginate se non vi fosse stato il movimento operaio a contestarlo. Onestamente Vittorini lo riconosce, come poteva negare l’evidenza! Ma allora?
    Certo Vittorini era in buona fede, dunque faceva un giornale eccellente dal punto di vista del giornalismo e molto di più: gettava in faccia a tutti la verità scomoda, terrificante, di un’Europa appena uscita dal fascismo e ancora immersa nel fascismo. Pensiamo ai primi titoli del settimanale “Il Politecnico”, ora in bellissima edizione anastatica in fac-simile di Einaudi (di cui c’era veramente bisogno, perché le antologie e gli indici servono poco a conoscere davvero l’oggetto di cui si parla): “L’Italia e la FIAT”, “Disoccupazione e caro-vita”, “Il popolo spagnolo attende la liberazione”, “La Grecia non è stata liberata”, “Il Giappone può essere democratico?”, “Nella scuola, la nostra salvezza”, “Anche la Puglia è nostro paese”, “Anche in Inghilterra è stato il popolo a resistere e vincere”… solo per limitarci alla prima pagina dei primi numeri.
    In questo Togliatti aveva torto, nel considerare le verità del “Politecnico” troppo scomode, quasi un intralcio al cammino dell’Italia democratica. Leggiamo a pag. 2 del numero 9 del settimanale (24 novembre 1945) l’articolo di A. C. Jemolo, ipocritamente intitolato “Urge il divorzio in Italia?”, che chiude così: “… la collaborazione tra democrazia cristiana e partiti di sinistra, che è possibile e può essere utile e feconda, a patto di accantonare i problemi confessionali, quello del divorzio incluso. Sarebbe un grande apporto alla reazione, che spera proprio su un qualche fatto nuovo atto a impedire la collaborazione dei cattolici con tutti i partiti decisi ad opporsi a ogni ritorno al passato”.
    Dunque il “compromesso storico”, come ormai tutti sappiamo, era già in atto, e Vittorini non era certo uomo da credere che simile intrigo imposto dall’alto (dagli uomini di cultura che facevano politica, in questo caso) potesse comunque fondare una nuova cultura. Per fare del buon giornalismo doveva pubblicare anche quell’articolo sul « Politecnico », naturalmente, ma nello stesso momento doveva chiedersi, come dobbiamo anche noi chiederci, se la politica del «compromesso» nasce dalla base, è vera cultura, o è invenzione partorita nella stanza dei bottoni? In parole più crude: il PCI sta dalla parte delle masse, in questa scelta, oppure continua la linea tracciata da quel Togliatti che aveva ragione contro Vittorini e il suo deviazionismo a-logico, a-politico, ma torto quando raggiungeva le stanze di Croce perpetuando la convinzione di fare la storia dall’alto – ancora una volta! – con decisioni astrattamente politiche, così come la cultura reazionaria ingenuamente tentava di imporre la propria egemonia antioperaia servendosi del filosofo «napoletano».
    Ora, tutto quanto è accaduto in Italia a partire dal referendum del 13 giugno 1974 sembra avere ancora una volta sorpreso l’establishment politico e culturale italiano, spostandolo ancor più verso l’area della prudenza, rendendo pubblico anche quel «compromesso» che nei fatti, nel modo di governare il paese, è operante. E’ questo un modo di fare cultura? Direi che è lo strumento con cui la classe dirigente intellettuale italiana cerca di impedire la perdita del proprio potere, il modo in cui dice, continua a dire, volgarmente, «Qui comando io!». Oppure: «State calmi, lasciateci lavorare, sappiamo noi dove si deve andare, dove va la storia!».
    Antonio Porta in “Il Giorno”, 7 novembre 1975, pag. 3

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