Milli Graffi

Questa settimana spendo il mio gettone di presenza su questo blog muovendo qualche timido passo nel tentativo di capire che cosa sia la scrittura che viene avviata online sui blog. Sembrano pagine di diario senza contenitore cioè con quella cornice minima che è appunto definita diario e alla quale un lettore si avvicina con la curiosità di chi va a scoprire possibili segreti o perlomeno illuminanti idiosincrasie. E invece no, l’effetto non è quello del diario. Il diario come autoriflessione per quanto libera è sempre rivolta su se stessa e perciò produce un effetto autocontenente, si produce come capacità di contenersi dentro lo spazio che va inventandosi. Penso che persino il diario di uno psicotico riesca a prodursi come contenitore, o forse più che mai il diario dello psicotico è un contenitore. Invece la scrittura sui blog ha questo effetto di essere stracciata sbrindellata in uno spazio di libertà così immenso da diventare vago.

C’è sempre un io che parla nei blog e parla come voce nel deserto, incapace di connettersi, è un io che non riesce a inventarsi un tu, e tanto meno un noi. E’ un’esiguità psicologica che, tanto vale confessarlo, a me fa paura. Quando si apre internet, lo si fa in genere con un’intenzione molto precisa, si vuole ottenere una notizia, un dato, un verso, una biografia, una formula, una citazione, un’organizzazione di pensiero, una puntualizzazione di storia ecc. il più possibile iperdeterminato, il più possibile conciso, tollerabilmente esatto.. Si lavora sulla canalizzazione dell’enciclopedia, della superbiblioteca, il modello di comportamento è antico, si è consolidato nei secoli, ci siamo avvezzi.

La scrittura intesa nel senso tradizionale come singola individuale prestazione più o meno inventiva, più o meno diaristica, più o meno teorica, più o meno giornalistica, invece non riesce a percorrere canalizzazioni già formate e conosciute, non è mai abbastanza potente per imporsi e farsi presenza, non riesce nemmeno a costruirsi con quella minimale conseguenzalità delle lettere ai giornali. E’ come se si dovesse cominciare tutto da capo e non c’è nemmeno l’a capo. Più grado zero di così, si muore.

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15 Risposte a Interrogazione sul mezzo

  1. carmelo ha detto:

    il blog inteso come diario, condivido le tue riflessioni, non serve a niente se non ad assecondare la mania esibizionistica dell’era digitale.
    Credo che un blog puo’ essere utile ed avere un senso se si rivolge a un pubblico ben definito, ed ha per oggetto materie o temi specifici e il suo autore puo’ vantare elevata competenza e si tiene costantemente aggiornato. Meglio se il blog ha anche uno stile ben definito, una buon grado di leggibilità e di consultazione soprattutto (che sia dotato di un indice per categorie temi e autori).
    Meglio ancora se ciascuna pagina o post contenga tutti i collegamenti necessari con le altre pagine (link interni) e fornisca una selezione di fonti internet e non solo di elvata qualità , giacchè sappiamo bene che sulla rete non manca mai la quantità anzi è davvero troppa ma il problema è la qualità e l’attendibilità di cio che troviamo quando vogliamo ottenere una notizia, un dato, un verso, una biografia, una formula, una citazione, un’organizzazione di pensiero, una puntualizzazione di storia ecc. il più possibile iperdeterminato, il più possibile conciso, tollerabilmente esatto.. .

    Il blog di alfabeta puo’ funzionare. perche’ si rivolge a un pubblico ben definito, ha come punto di riferimento una rivista, è collettivo e consente di poter approfondire i temi trattati nella rivista e alimenatre il dialogo tra i lettori e gli autori.
    Almeno è questo quello che spero

  2. fabio teti ha detto:

    provo a immaginare quello che sarebbe il blog di Antonio Porta se fosse vivo oggi. sono quasi sicuro che le sue brevi o meno brevi ”lettere”, con destinatario in calce o in testo, le pubblicherebbe lì.

    voglio dire: i risultati, di un blog, di un progetto più o meno articolato, derivano e deriveranno sempre da un mucchio di cause contingenti e imprevedibili, non per forza legate alla qualità delle proposte (con questo vorrei legarmi anche a quanto ha commentato Di Lorenzo nel post di Cepollaro).
    conterà, allora, la qualità delle intens/zioni.

  3. claudia ha detto:

    Per aggiornarvi un po’ sull’argomento, che oramai è stato sviscerato fino all’inverosimile, consiglierei la lettura delle pubblicazioni curate da Maddalena Mapelli, in particolare http://www.mimesisedizioni.it/archives/000812.html e di seguire il progetto di blog collettivo Ibridamenti di Ca’ Foscari.
    Che poi un blog funzioni perché si rivolge ad un pubblico ben definito ed è la continuazione in rete di un progetto in cartaceo è un’ipotesi talmente sconnessa da quella che è la realtà effettiva dei blog specie quelli collettivi, che si può smentire citando più di un caso illustre.

    • carmelo ha detto:

      @claudia

      Immagino che tu sia la Claudia B. che e’ interventuta su http://alfabeta2.bamaulion.net/2010/06/23/www-alfabeta2-it/comment-page-1/#comment-215 (e se non le sei le assomigli) e che si e’ definita
      potenziale target della rivista online, ma assolutamente non del cartaceo con espressione tanto cara al linguaggio pubblicitario e tanto in voga tra i manager che vedono e valutano le persone come consumotori, obiettivi appunto, cui proprinare una merce. E usi spesso e con evidente e malcelato disprezzo il termine “cartaceo” da cui prendi le distanze con il fervore di chi pensa di essere protagonista di una rivoluzione. E ti chiedi con scandalo come gli autori del cartaceo possano pensare
      che il popolo dei lavoratori intellettuali sottosalariati e senza tutele, cioè quello che in altri ambienti si definisce il cognitariato precario – penso per esempio al lavoro serissimo di Andrea Fumagalli – possa permettersi la cifra che richiede il cartaceo…
      Stiamo parlando di 5 euro mia cara Claudia, e mi suona strano che senza battere ciglio ti chiedi
      quanti ricercatori prevari e lavoratori intellettuali senza alcun potere contrattuale si sentiranno motivati a comprare in cartaceo uno strumento critico che io per esempio sto ora comodamente leggendo da un iPad dalla località marina dove mi trovo in vacanza
      come se le merci e i servizi del digitale fossero gratuiti! a giudicare dalle conoscenze che esibisci in questo campo, si puo’ ben dire che tu sia un target appetitoso per i pubblicitari del settore talmente appetitoso che alla fine non ti restano 5 euro per acquistare la rivista (scusa il cartaceo.
      Quindi rifiutare il cartaceo adducendo il costo mi sembra ipocrita perchè chiunque abbia davvero a cuore la cultura e il desideri odi accrescere il proprio sapere, allora potrebbe rinunciare senza problemi al consumo di oggetti e servizi inutili o perlomeno metterli in secondo piano nella sua scala dei valori.
      Secondo punto che mi preme sottolineare: E’ falso que quella del cartaceo sia una tecnologia obsoleta, e questo lo ha spiegato bene Umberto Eco a una conferenza nel salone del libro di Torino (se la memoria non mi inganna sul sit odi radio tre c’e’ la regsitrazione che invito ad ascoltare). I supporti digitali hanno un tasso di obsolescenza tecnologica elevatissimo, non durano più di cinque anni, ma anche fisica, ovvero si deteriorano facilmente. La carta che si sappia è capace di durare secoli e se tenuta bene millenni.
      Infine i tuoi dubbi se questo blog possa funzionare. Anzi la tue certezze che non funzioni.
      Beh intanto da lettore quale io sono trovo molto bello e utile, la possibilità che offre la rete di una partecipazione attiva alla discussione ma anche all’elaborazione di idee e di proposte e allo scambio di esperienze con gli altri lettori e con gli autori; ma mai mi sognerei di avere la presunzione, in nome di chissà quale malsana concezione, di mettermi io allo stesso livello degli autori, che quel sapere lo hanno acquisito, grazie al talento, lo studio e la passione e lo trasmettono anche attraverso una rivista che costa 5 euro (non cinquemila). Ed è giusto che venga riconosciuto il loro status (superiore al mio ed al tuo è evidente, lo dicono le loro opere che leggo con passione e avidità e che quando ero giovane come te se non avevo i soldi per comprarle andavo in biblioteca e in qualche caso le rubavo, ci rimetteva il libraio non gli autori).
      Mi viene in mente una frase riportata da andrea inglese su un ottimo articolo su nazione indiana
      (http://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell%E2%80%99intellettuale/#comment-137574 )
      la banalizzazione che coinvolge l’intero universo culturale deriva dallo “strumentalismo”, ossia dal prevalere di una logica dell’utile, sia esso economico, sociale o terapeutico
      Ma che cazzo di società barbara sta diventando la nostra, dove vengono tagliati i fondi alla cultura (ti invito a leggere gl iarticoli del rettore della normale di Pisa), glii intellettuali mandati in giro con le pezze al culo (compresa te: se ho capito bene sei precaria), mentre qualsiasi imbecille si presenta alla TV e guadagna milioni ?
      Dove si consumano merci e servizi inutili e si rifiuta la spesa di 5 euro per una rivista ?
      Quello che tu vagheggi con fervore “rivoluzionario” è un generale appiattimento del sapere, dove trionfa la democrazia della mediocrità.
      Ti invito a a diventare un target del cartaceo, di leggere, leggere, leggere e leggere comunque, e non solo post o thread o articoli o blog

      • Jan Reister ha detto:

        Carmelo, secondo me se una persona non ha o non vuole spendere il prezzo di una rivista, la legge lo stesso in biblioteca, la sbircia in libreria (dalla prossima settimana arriviamo in molte librerie italiane), se la fa prestare da un’amica, la compra in società con 12 amici. Non ne farei un gran problema, ognuno investe i suoi quattrini come vuole ed ogni lettore ha pari dignità.

        L’importante è che si legga, non importa come. Quando faremo la versione ebook e per iPad raggiungeremo anche nuovi lettori e vedremo.

        • carmelo ha detto:

          @reiser
          non volevo giudicare o censurare nè tantomeno imporre cosa deve fare o come deve spendere i soldi una persona ci mancherebbe.
          Ma non accetto l’idea che non si compri una rivista perchè costa 5 euro. L’idea che si possa fruire della cultura senza alcun costo e’ pura follia, a meno che non si immagina una società in grado di assicurarne gratuitamente la fruizione.
          Quando farete la versione ebook e per Ipad avrete la possibilità di raggiungere altri lettori e me ne rallegro che saranno felici di poter usufruire di tale servizio, pagando il giusto prezzo.

      • Claudia B. ha detto:

        @Carmelo
        Dice bene Jan che non si tratta di 5 euro ma di un modo di concepire una cultura critica viralizzabile oltre i target.
        Sul fatto che la community non si debba sognare di mettersi allo stesso livello degli autori (apriti cielo, che scandalo!) magari gioverebbe considerare che chi commenta non ha solo le competenze per farlo ma anche i titoli, come la sottoscritta. Questa frase è in tale contrasto con qualsiasi anche minima comprensione di cosa sia la cultura condivisa in rete che passa la voglia di andare oltre con il dialogo. Anche la sua surreale confusione fra linguaggio del marketing e quello della rete fa abbastanza sorridere, ma visto che almeno con Jan Reister ci si capisce magari resto ancora un po’. Grazie per l’invito a leggere soprattutto in cartaceo, in effetti ci avevo pensato anch’io quando ho finito il dottorato in filologia romanza, visto che la pergamena mi aveva un po’ stancata.
        Saludos.

        • carmelo ha detto:

          @caludia B.
          Mi fa piacere che tu abbia un dottorato in filologia romanza, e spero di poter apprendere da te molte conoscenze, da volenteroso lettore quale sono, anche se non ho nessuna formazione classica alle spalle ( laureato in economia, visto che cominciamo a conoscerci, e un lavoro in un Istituto finanziario) e mi affanno a rimediare alle mie carenze con una grande passione.
          Come ho già detto, mi dispiace, si vede che la mia scrittura è contorta e poco chiara, penso che la formula qui tentata possa funzionare, perchè appunto permette di poter condividere saperi, esperienze, conoscenze e perchè no emozioni.
          Tu dici che non funziona e io siunceramente non ho capito bene i motivi perchè secondo te non debba funzionare.
          Ma c’e’ una cosa su cui vorrei che tu riflettessi:
          Io e te non siamo uguali: tu hai un sapere che io non ho, tu hai studiato e accumulato sapere e non solo immagino che ne abbia anche prodotto; Tu sei un autore io sono un lettore. Se tu hai delle cose importanti e innovative è giusto che il tuo sapere venga riconosciuto e che venga pubblicato, magari su Alfabeta2. Questa è la prima differenza.
          In secondo luogo se tu pubblichi su Alfabeta2 perchè io lettore>/b> mi possa nutrire del tuo sapere, E’ GIUSTO CHE TU VENGA RICOMPENSATA
          Allora, è anche giusto che la rivista abbia un prezzo.
          Se siamo tutte e due d’accordo con Reiser, allora diciamo che in questo secolo è giusto che il sapere venga diffuso anche attraverso i supporti digitali ma non solo. Perchè come appunto dice Reiser ognuno usa i mezzi che vuole, secondo le sue possibilità (ti prego evitiamo l’argomento del prezzo della rivista, anche perchè non credo che i redattori di Alfabeta2 siano così folli da consentire gratis la lettura della rivista sull’IPAD e fare pagare 5 eura quella cartacea.) i suoi gusti e i suoi limiti. Immagina come le difficoltà che trovano le persone sopra i 50 anni a leggere (non un articolo ma una rivista) sulla rete, non solo culturali ma anche fisiche ovvero oculistiche.
          finisco citando il Manifesto che, a quanto pare ha un progetto simile a quello di Alfabeta, cosa che mi rincuora e mi fa ben sperare per questa rivista:
          http://www.ilmanifesto.it/archivi/circoli/

          “””””Ci sarà sempre, com’è ovvio, tutto «il manifesto» che va in edicola (leggibile a pagamento) e tutte le altre nostre pubblicazioni, da «Alias» a «Le Monde Diplomatique», dai supplementi speciali ai dossier, ecc. Ma in più rispetto ad oggi ci sarà anche una ricca parte di notizie e servizi prodotti esclusivamente per il web, audio e video compresi; e soprattutto ci sarà molta più attenzione per i lettori/navigatori che vogliono far parte della nostra «community», per usare un termine anglosassone molto in uso nella rete: persone cioè che vogliono partecipare in vario modo alla nostra impresa, con commenti, suggerimenti, materiale informativo e, non ultimo, sostegno materiale. Ogni lettore registrato (con una rapidissima procedura completamente gratuita) avrà una sua pagina personale accessibile solo a lui con le tracce di tutta l’attività svolta «con noi», l’archiviazione dei suoi articoli preferiti, dei suoi commenti, il rendiconto dei suoi eventuali acquisti e sottoscrizioni, e altro ancora.
          Inoltre, per i lettori/sostenitori che in questi mesi stanno aggregandosi nei «Circoli del manifesto» ci sarà uno spazio dedicato tutto speciale: un vero e proprio giornale online dei circoli, in cui ogni circolo avrà un suo sito autogestito in cui pubblicare quel che ritiene più opportuno – interventi politici, articoli e notizie relative al territorio, foto e video, il calendario delle iniziative, annunci vari – e tutti insieme si ritroveranno e si relazioneranno tra loro in una speciale «homepage», curata dalla redazione con una scelta delle iniziative più interessanti, una homepage che costituirà parte integrante del «manifesto online».

          eso es todo querida claudia, espero que pronto nos podemos comunicar con amistad, y provecho,

          • Claudia B. ha detto:

            @Carmelo
            ti rispondo molto volentieri per punti, citandoti:

            a) “non ho capito bene i motivi perchè secondo te non debba funzionare.”
            Il motivo per cui io penso che scindere una rivista pubblicata in cartaceo dalla sua emanazione in rete, differenziando i contenuti, non possa funzionare – ma direi meglio: non raggiunge l’obiettivo – è che la lettura su cartaceo implica esattamente una posizione come quella che indichi di seguito:

            “Io e te non siamo uguali: tu hai un sapere che io non ho, tu hai studiato e accumulato sapere e non solo immagino che ne abbia anche prodotto; Tu sei un autore io sono un lettore.”

            Sbagliato. Questa si chiama cultura verticale dove io dall’alto delle mie competenze ti insegno qualche cosa. Ma siccome gli unici strumenti che ti servono li hai anche tu, cioè sai scrivere bene e sai servirti di una tastiera collegata alla Rete, sarebbe molto più proficuo e auspicabile per questo Paese devastato se invece di limitarti a bere i discorsi “antagonisti” che ti vengono propinati dall’illustrissima rivista, tu contribuissi a crearne di nuovi. La parola d’ordine in questo particolare frangente è “fare”: costruire comunità, narrare, esprimersi, commentare. Uno degli aspetti più interessanti della didattica contemporanea si chiamata “learner’s autonomy”, cioè una modalità di apprendimento dove chi apprende contribuisce allo stesso tempo a creare l’apprendimento stesso, cosicché si passa da un assumere discorsi precotti a crearne di nuovi, critici, partecipativi, con beneficio di tutti. E’ giusto che tu da lettore ti assuma le tue responsabilità e contribuisca, invece di nasconderti dietro al discorso “io lettore – tu autore = tu insegni a me cosa devo pensare”.

            b) “Se pubblichi è giusto che tu venga ricompensata. Allora, è anche giusto che la rivista abbia un prezzo.”
            Scusami Carmelo, ma la rivista ha un prezzo, esiguo, d’accordo, perché ha dei costi, e non perché gli autori vengani in alcun modo ricompensati. Di norma è un privilegio che a un intellettuale venga data voce in un progetto spriementale, e nessuno si sognerebbe di considerare questa una prestazione d’opera e di attribuirgli un costo. Diverso il mestiere del commentatore culturale sui grossi quotidiani, per quanto, per esempio, neppure il Manifesto sganci una lira a molti dei suoi collaboratori.

            c) “non credo che i redattori di Alfabeta2 siano così folli da consentire gratis la lettura della rivista sull’IPAD e fare pagare 5 eura quella cartacea.) i suoi gusti e i suoi limiti. Immagina come le difficoltà che trovano le persone sopra i 50 anni a leggere (non un articolo ma una rivista) sulla rete, non solo culturali ma anche fisiche ovvero oculistiche.”

            Secondo una legge in vigore anche in Italia un prodotto editoriale può essere tutelato anche da creative common licence, che permette di scaricare il pdf gratuitamente. Siccome uso l’iPad d’abitudine, ti garantisco che la lettura da schermo su kindle o iPad è di gran lunga superiore come qualità a quella su schermo di pc, non stanca affatto la vista, e anzi è talmente delicata e avveniristica che diventa quasi un gioco.

            Con queste precisazione spero di avere chiarito quello che intendevo anche rispetto alla gentilissima risposta di Andrea Inglese.

  4. Lino ha detto:

    Trovo interessanti tutte le osservazioni emerse, ma credo che la questione si ponga nei termini seguenti:

    “Ad una letteratura, ad una poesia, ad un’Arte senza popolo, non resta che i pubblico”.

    Ho visto ricorrere spesso proprio questa parola: pubblico. Ma se proprio non vogliamo parlare di popolo, perchè troppo desueto, allora tanto per essere più global connected, possiamo utilizzare il termine people. Ovviamente la sostanza non cambia.

    Se si vogliono cambiare le cose, se si vuol tornare ad essere liberi i blog non bastano.

    Gi artisti, gli intellettuali devono parlare con le persone allo scopo di poter ottenere riconoscenza, non riconoscimento.

    La riconoscenza dovrà pagare, nei termini di quel cambiamento reale che un’Arte e una Letteratura, tornate ad essere all’avanguardia, avranno saputo fabbricare.

    Basta con l’annullamento nell’estetica da quarto d’ora di celebrità, basta con l’annullamento nella riproduciblità tecnica dell’opera d’arte, è la parola che deve tornare a contare e ad incidere non come una preghiera, non come un’ideologia, ma come un programma che sia veramente capace di trascendere confini e razze.

    Oggi in Italia esistono tendenza politiche che tendono ad amplificare il concetto di confine, ad inspessirlo su base razziale (o razzista). Bisogna far deflagrare tali tendenze facendo venire alla luce la loro eversione, lavorando in un tessuto sociale che potrà tornare ad essere civile solo dopo essere riuscito a guarire da un tale cancro.

    Il compito degli intellettuali e degli artisti credo sia oggi non quello di fare da anticorpi a tali fenomieni cancerogeni, ma credo sia quello di farsi costruttori di cellule staminali embrionali in grado di far rigenerare tale tessuto, senza farsi classe dirigente, ma innescando un processo autopietico che sia in grado di generare da sè le nuove decisioni.

    Senza un popolo tutto questo non è possibile, non resterà che il pubblico ed Andy Warhol continuerà a vincere … e non solo lui!

    MI piacere poter incidere sulla sucietà in cui vivo, così come uno spillo puà pericolosamente incidere sulla superficie di un pallone gonfiato!

    P.S.
    Per fortuna però, che esistono luoghi di espressione come Alfabeta e come questo blog, in cui potersi confrontare come in una Piazza. Detto questo però, proviamo a togliere il come e ritroviamo, attraverso il blog, la Piazza.

  5. andrea inglese ha detto:

    ho seguito fino qui gli interventi, e li ho trovati interessanti, anche – o forse proprio perché – ognuno è portatore inevitabilmente della propria parzialità, e in rete questo può diventare occasione immediatamente non di un’alternativa secca: o la mia visuale o la tua, ma di una moltiplicazione, di un’allargamento della visuale

    il discorso di Claudia B. mi sembra condivisibile su molti punti (gratuità della rete e degli strumenti di conoscenza, sapere condivisio e costruito collettivamente, ecc.), detto questo il neonato blog di alfabeta2 – almeno nella sue ambizioni – non mi sembra un progetto sconnesso dall’esperienza dei blog collettivi, ma per certi versi un esperimento anche nuovo…

    dal 2003 fino a oggi sono stato membro di in un blog collettivo particolarmente anarchico e vivace, ossia Nazioneindiana. quindi qualche esperienza di lavoro collettivo in rete l’ho…

    il caso di alfabeta2 è comunque interessante perché si pone come una rivista che sente l’esigenza d’intervenire sull’attuale sfaldamento civile culturale economico del nostro paese con gli strumenti della conoscenza, chiedendo ancora una volta ai vari specialisti della conoscenza di uscire dal loro specifico e offrire strumenti e dati in grado di decifrare meglio il presente – da qui l’avvio sul tema dell’intellettuale;

    l’eseigenza di aprire anche un blog, che non è la semplice riproduzione elettronica della rivista, ma una zona autonoma di discussione e di elaborazione, sta a indicare l’insufficienza della forma rivista novecentesca; ma questo punto mi sembra sia stato esplicitamente illustrato proprio nel breve pezzo che stiamo commentando;

    infine ho apprezzato l’intervento di Lino, e l’audacia – in epoca di populismo politico imperante e micidiale – di utilizzare la parola “popolo” da utilizzare in termini critici nei confronti del concetto di “pubblico”; solo che il concetto di pubblico delinea ormai qualcosa di definito, laddove l’uso – non indegno – della parola popolo è ancora da elaborare;

  6. andrea inglese ha detto:

    … ma questo punto mi sembra sia stato esplicitamente illustrato proprio nel breve pezzo che…

    ho sbagliato io, e mi riferivo a questo “breve pezzo” http://alfabeta2.bamaulion.net/2010/06/23/www-alfabeta2-it/
    sotto il quale ho provato a rispondere più ampiamente a Claudia

    • carmelo ha detto:

      @lino
      suggestiva la tua proposta!
      popolo e’ una parola molto usata, abusata e violentata
      http://www.google.it/search?q=popolo+delle&ie=utf-8&oe=utf-8&aq=t&rls=org.mozilla:it:official&client=firefox-a
      e non occorre che dica “da ultimo” da chi. In ogni caso, chiunque abbia un progetto totalitario usa la parola popolo e chi invece rivendica delle istanze democratiche(popolo viola, popolo delle carriole) farebbe meglio, secondo me, a usare un altro termine.
      Pubblico è un termine neutro e semplice.
      io in modo casareccio distinguo due categorie
      Gli autori che accumulano elaborano, producono e trasmettono (a volte non gli viene data la possibilità per diversi motivi
      il pubblico che sua volta e formato da lettori (status cui personalmente aspiro) che quel sapere acquisiscono e pubblico dei consumatori persone soggiogate (e i motivi son omolti) dal mercato che non scelgono nè decidono ma subiscono e consumano un prodotto.

      • carmelo ha detto:

        @claudia
        ti ringrazio per la risposta, molto chiara ed esauriente, che mi permette di capire il tuo punto di vista, sul quale non sono d’accordo e avremo modo di confrontarci sulle rispettive opinioni;
        ma vorrei subito replicare su un punto; Tu dici
        se invece di limitarti a bere i discorsi “antagonisti” che ti vengono propinati dall’illustrissima rivista, tu contribuissi a crearne di nuovi.
        ho la preesunzione di dire che io non bevo, non sono un consumatore, io guardo, assaggio, rifletto, scelgo, mastico, assimilo e digerisco, stando nella metafora.
        Riprendendo quello che dice Umberto Eco qui nel blog, ognuno nel suo campo puo’ svolgere un ruolo intellettuale. Puo’ essere cioè un autore (come mi piace dire); se fa qualcosa di nuovo e di creativo. Ma per fare questo ci vogliono delle competenze. Non basta come dici tu forse in modo un po’ demagocico “avere una tastiera e cliccarci sopra”. No mi dispiace; se vuoi diventare Einstein oppure che ne so Messi, devi avere talento, ma non basta, occorrono anni e anni di duro lavoro, devi insomma prima fare il lettore, e poi se hai talento diventi un autore.
        E’ questo cio’ mi fa paura nel tuo discorso: che il mezzo (in questo caso la rete) ci consente di diventare tutti creativi ed esperti ed intellettuali, e tutti uguali e messi su un piano orizzontale.
        No il sapere e’ fatto di competenze ed e’ inevitabile che crei delle gerarchie.
        Di kafka c’e’ n’e’ uno solo e io leggendo kafka e non il post di chicchesia nutro la mia anima a llargo il mi osguardo

  7. Luigi B. ha detto:

    Che Internet abbia delle potenzialità enormi è fuori discussione. Ma i problemi ed i difetti, le CONSEGUENZE del suo utilizzo sono altrettanto enormi.
    Capisco Claudia quando dice che la verticalizzazione del sapere è fuori luogo in un blog. Però mi chiedo: questa orizzontalità a tutti i costi non è eccessiva? non si dovrebbe fare un po’ di educazione agli internauti. Altrimenti qui si finisce (in realtà ci stiamo proprio in mezzo) che tutti parlano e nessuno più si ascolta. Dunque che senso ha? Tra l’altro la difficolà oggettiva di una orizzontalizazione senza limiti alcuni sta proprio nella quantità dei commenti: ma chi, dopo un articolo magari lungo e impegnativo, sta lì a leggersi i 200 commenti che seguono? e come, di grazia, in una bolgia di parole si può costruire altra conoscenza?
    Da quando internet ha tolto i confini del tutto ci siamo persi.

    Luigi B.

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