Andrea Inglese

Incontro serale

Ho visto Idris alle undici di sera, in un parcheggio di via Borsieri, a Milano. Stava schiacciato a terra in modo raro, come difficilmente è possibile immaginare, schiacciato a terra come se fosse stato disossato, e poi calpestato, come se fosse stato buttato via, come un rifiuto, come una cosa ormai troppo usata, inutilizzabile, inservibile, appassita, opaca, ossidata, arrugginita, come uno straccio, un vecchio cuscino, come una materia inerte, consunta, grigia, stava per terra, con la faccia schiacciata contro l’asfalto, a pochi centimetri da un pneumatico di un’auto parcheggiata, il corpo torto in una strana posa, bocconi dalla vita in su, ma le gambe come slogate verso l’alto, i piedi di lato, come cose immerse da anni in un’acqua che ha reso fradice le scarpe e marci i piedi. Idris non dormiva, non era neppure semplicemente ubriaco, era finito in un luogo ultimo, estremo, di incoscienza compiuta, un’incoscienza in cui si era ritirato con tutte le proprie forze, con tutto lo slancio possibile, con un tuffo possente, in modo che non ci fosse ritorno possibile, o che il ritorno fosse il meno facile, il più differito. Un’incoscienza quasi perfetta come la morte. Ho provato a scuotere Idris, a parlargli, ma non era sonno il suo, era qualcosa di più potente, radicale, del sonno, era un’incoscienza in cui era murato, difeso, perfettamente al riparo da qualsiasi facile intrusione dall’esterno, dal mondo, dal chiasso dei vivi. Anche Idris era sull’asfalto come le cose che di continuo trovo e fotografo e studio sugli asfalti, dei lembi di stoffa, dei tappi, degli involucri di plastica, dei materassi, dei divani sfondati, delle tastiere incenerite, dei rivestimenti di plastica, delle intelaiature metalliche di cui si è persa la forma originaria, dei bulloni, delle foglie d’insalata, delle bucce d’arancia, dei volantini pubblicitari.

Idris stava sull’asfalto come una cosa. Perfettamente immobile, schiacciato sull’asfalto, scuro, fradicio, silenzioso, come se da tempo fosse stato lì, come se quello fosse stato il suo posto, come se non ce ne fosse un altro, un luogo più naturale, e una posa più adeguata, una diversa forma di vita che quell’ingombro silenzioso, osceno. Idris è magrebino. Quando gli uomini dell’ambulanza riescono a svegliarlo, la prima cosa che risponde è il suo nome, e da quel momento i due uomini e le due donne lo chiamano per nome, gli parlano dicendo “Idris”. Idris ha male, non si capisce dove, non si capisce se si è rotto qualcosa, se ha le gambe rotte, ma si vede la sua bocca, una bocca buia, con pochi denti, una bocca di totale sofferenza e rovina, e gli occhi che per lo più restano fermi, e ogni tanto Idris piange, tenta di piangere, ma il pianto non s’installa, tutta l’incoscienza alcolica lo protegge da quel pianto, da quel riflesso che non si fa strada, da quel sussulto, tutta la maschera facciale si tende, tutte le rughe e i solchi vanno a cercare le lacrime, l’urlo, lo scuotimento del pianto, ma poi esce un urlo breve, un parola urlata, indistinguibile, un movimento violento di braccia.

Poi i soccorritori gli guardano in bocca, perché pare che lui parli di denti rotti, di denti che gli sono stati appena rotti, e loro gli chiedono se ha preso botte, se è stato picchiato, se glieli hanno rotti ora quei denti, con dei guanti azzurri gli aprono la bocca, gli dirigono il fascio di luce dentro, stanno attenti ai colpi che lui potrebbe sferrare, e alla fine lo caricano sulla barella, allacciano le cinghie, con la mano libera, l’unica mano non bloccata dalle cinghie, lui si tocca la faccia, e cerca nuovamente di piangere. Uno dei soccorritori dice: è lo stesso che abbiamo soccorso ieri sera, era uscito da un centro sociale qui vicino. Assistiamo a questa scena in cinque. Oltre a me c’è una giovane coppia, due brave persone, davvero normali, che hanno chiamato per primi l’ambulanza. Lui ha una valigia a rotelle a fianco. C’è un altro giovane, che ha visto anche lui Idris, ma non ha chiamato l’ambulanza, semplicemente – come dice lui – “Gli ha fatto i fari”. Poco prima che arrivi l’ambulanza, compare una signora con un cane. Guarda, inizialmente tace, poi ci chiede: “Lo conoscete?”. Quando l’ambulanza è arrivata e si è fermata con il muso davanti all’entrata del parcheggio, dice “Ma come faccio io che devo uscire con la macchina!?”. Qualche minuto dopo è come se dimenticasse il suo dilemma. Un giovane rasato, elegantino, che passa davanti a noi mentre aspettiamo l’ambulanza non dice nulla. Mi sembra che salga in una macchinona, tipo fuoristrada. Ma poi è di nuovo sul marciapiede e andandosene si rivolge a noi: “Avete chiamato l’ambulanza?”. E subito dopo sparisce.

[La foto è dell’autore e appartiene alla serie “Asfalti”]

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