Biagio Cepollaro

Pubblico qui una seconda serie di blogpensieri del 2005. La prima è qui.

La parola della poesia

Si sa che la parola della poesia è lenta.  Ma un conto è la lentezza, un altro l’assoluta mancanza di agevolazione, di sconto sul suo consumo…Nel linguaggio informatico si usa parlare di ‘interfaccia amichevole ‘ per indicare una certa facilità, anche per il profano, di utilizzare un sistema operativo o un programma…Per lo più in queste semplificazioni ci si allontana dal linguaggio macchina, cioè da quel mondo nascosto di ‘istruzioni’ che fanno il programma. Per la parola della poesia questa semplificazione non può essere proponibile. La poesia non è mai amichevole pur essendo fatta di retorica, cioè di arte della persuasione, persuasione interna, coerenza interna, dall’effetto imprevedibile. Ci si può affezionare ad una poesia ma la poesia non si affeziona a noi. Questa sua riservatezza è anche la sua inesauribilità. La parola della poesia non vuole arrivare al lettore, il suo problema non è di arrivare ma di ‘andare’, confrontare la sua mezza oscurità con la mezza luce che ci può dare.

In fondo una parola che non scivola via per quale ragione ci dovrebbe prendere? Una parola che non si abbrevia, che non si banalizza, una parola vera e propria, con tutto il peso di secoli del dire, del detto, che emerge da quel deposito in cui il banale è imbarazzante…Viceversa sentirsi profondamente e continuamente imbarazzati per le parole che vengono dette oggi e scritte, che vengono urlate, come se fossero vere, come se fossero parole…

L’ascolto che una poesia richiede, se è buona poesia, è talmente intenso che viene da pensare a quanto sia difficile oggi, che non c’è tempo, si dice, neanche per ascoltarsi tra coniugi. La riduzione del telegiornale a televideo può anche essere giustificata dalla scelta per l’essenzialità della notizia a fronte dello spettacolino mascherato da notiziario, ma nel dialogo umano non si può essere essenziali, qui vige il dominio della pausa, del tono, della capacità di tollerare il silenzio e la differenza. Dunque, come spesso succede, non si comincia neanche e si sostituisce alla realtà della relazione, l’abitudinarietà della procedura, quella che per lo più appare come normalità. Questa forma di opacità che accompagna i gesti si potrebbe considerare come la radicale assenza di poesia (non l’atteggiamento pratico, dal momento che la poesia è essenzialmente una pratica, di vita).

Due ritratti di artisti

John Cage , Ginevra, 1990

La sala con 400 persone in silenzio. Mi chiedevo, mentre Cage leggeva a voce bassa, come riuscisse a sostenere le pause che imponeva tra parola e parola. Le parole dette, scolpite da quelle non dette. Poi toccò a me inserirmi nella scia di quel silenzio e cominciare a leggere. Il difficile era entrare nell’applauso , non potevo tornare indietro e non volevo. La lettura di Cage faceva spazio ad altre letture: per questo era possibile. Lo capisco adesso, quattordici anni dopo: dipese da lui, non dalla mia temerarietà. Poi, dopo, al bar, mi sentii un colpetto sulla spalla: era lui che mi ripeteva, quasi sussurrando, eppure udibile nel casino, ‘thanks’ e  sorrideva. ‘Thanks’. Più tardi, da solo, cercava l’albergo. A mezzanotte. Esitava, destra o sinistra. Completo di jeans (dello stesso tipo che vidi indossare a Mac Low), alto, magro, anziano e agilissimo. Lentamente si avvia e il passo sul selciato di Ginevra è leggerissimo, da solo, tutto dentro la sua figura, non suona.

Amelia Rosselli, Milano-New-York, 1991

Seduta vicino a me, a diecimila metri d’altezza, che gesticolava, ricordava gli anni ’50 e gli aerei, le distanze. In ascolto, dandole tutto lo spazio. E lei che si rigirava dentro, a suo agio, e dietro i suoi occhi il nucleo non devastato e non toccato, un fare sicuro di sé ed ineluttabile. ‘Ora è giusto che stai in gruppo, poi ti ci vorrà un grande isolamento e un lavoro sodo…’ Il mio orgoglio (il rovinoso, l’infantile colpevole) alle stelle quando nella hall dell’albergo mi prendeva ‘da parte’: era la sua parte, la nostra, gli altri, tutti gli altri non avrebbero mai capito. Anche amandoci, gli altri non ci avrebbero mai capiti. Non ero d’accordo ma le davo tutto lo spazio.Con meraviglia mi ringrazia per la coperta con cui la copro , lei infreddolita e acciambellata in posizione fetale: era questo che chiedeva, era solo questo.

Rete come preghiera rovesciata.

La Rete, nella sua apparenza volatile ma organica, offre un’immagine vitale, cioè dissipatrice di sé: sembra non cominciar né finire, sembra priva di geografia, di geopolitica, sembra connessa al limite con la linea telefonica o con cavi ottici o con invisibili dialoghi satellitari. Ma non è vita che si dissipa, è piuttosto festa e parossismo del Codice, è, al più, promessa di ricaduta terrestre, speranza di una comunità altrimenti fondata e come pronta a precipitare in corpo sociale o semplicemente in corpo, una sorta di preghiera rovesciata, dal cielo alla terra.

Ecologia dello spazio pubblico

Sicuramente un aspetto della disciplina è saper non rispondere a certi tipi di stimoli. In questo senso uno stimolo è una provocazione e una trappola. Il chiacchiericcio sociale, non necessariamente televisivo, s’installa nella testa come una connessione in remoto. Si diventa così lontani da se stessi, si perde la possibilità di scegliere di non eseguire il programma. Questo discorso vale soprattutto per la polemica. Ciò che la caratterizza è l’implicita o esplicita aggressività che accompagna l’argomentare. Quell’ aggressività dice che in gioco non è tanto la verità su cui bisognerà convenire persuasi, quanto la supremazia di chi propone quella verità. In questi casi non rispondere è misura di igiene mentale ma è anche di ecologia dello spazio pubblico.

Pericolo degli Esperti

In un certo senso anche andare a fare la spesa è collaborazionismo. Ma questa assurdità vien fuori soltanto in un ottica astratta, purista e, forse, fondamentalmente misantropa. No, collaborazionista è collaborare, grazie al proprio entusiasmo e alla propria attività, all’occupazione del Nemico, è ribadire che il proprio entusiasmo vale in se stesso, al di là del contesto politico-militare in cui si spende. Per questa ragione è proprio lo Specialista, il Competente, l’Esperto che possono fattivamente e con terribili risultati collaborare. Dunque collaborare è mettere a disposizione il proprio sapere e farlo nella convinzione che la propria Disciplina, la propria Scienza, si giustifichino in quanto tali, in senso assoluto.

Il megafono planetario e il sasso

Ora che il buffonesco e il truffaldino legano i vari campi della vita pubblica, come una pasta che amalgama materiali eterogenei, come spirito del tempo e poetica imperante, come colla a due componenti, emerge tra l’altro, terribile paradosso, l’enorme sproporzione tra la moltiplicata potenza della comunicazione e l’assoluto nulla da dire, tra il megafono planetario e la faccia ebete del sasso, immobile in fondo della scarpata.

La Storia privatizzata

Il pensiero rivolto a sé ha il piglio della privatezza ma spesso la sostanza può essere ‘pubblica’, mentre il pensiero rivolto al ‘pubblico’ può avere il piglio collettivo ma la sostanza può essere privatissima. Ciò che può dar fastidio ad un certo punto è il giudizio su questioni collettive: traspare troppo la privatezza della motivazione. E’ difficile un discorso che riguardi il ‘pubblico’ forse perché la dimensione pubblica non è solo un registro retorico ma anche una situazione storica. Come dire: oggi i discorsi ‘pubblici’ sono destinati a restare chiusi nella retorica perché la storia non aiuta, perché la situazione non c’è. Eppure la storia c’è, eccome!, e sempre ci sono situazioni…Storia e situazioni non afferrabili dai discorsi, parlanti scollati radicalmente dalle situazioni…Ma come, anche la storia più che essere ‘privata’ è stata ‘privatizzata’? Come la Storia tende a coincidere con i mezzi di comunicazione?

Il Ristagno e il non collaborazionismo

Nel testo antico cinese I Ching il Ristagno è indicato dalla non-relazione tra il Cielo e la Terra, tra l’interiore e l’esteriore, tra l’alto e il basso: condizione di scissione in cui ogni cosa si ferma in una sorta di eccesso sia verso l’alto che verso il basso. Condizione forse anche del non – collaborazionista che, coerentemente all’esagramma, si ritira dalla vita pubblica, preda ormai dell’ignobile. Ritirata strategica che serve a preparare il superamento della situazione. Notevole il collegamento del Ristagno con l’esagramma della Pace: inevitabilmente un equilibrio conquistato, finisce, in mancanza di attività, col degenerare. La Pace appunto degenera in Ristagno. Venendo meno lo spazio pubblico dell’azione, la personalità si scinde ed esaspera le sue direzioni: è la festa caotica e pericolosa dell’Anima rognosa.

Luoghi

Dunque esistono dei luoghi che ci ricaricano. Lì propriamente non si pensa a niente ma si avverte se stessi esistere e il corpo respira. Gli anni son quelli che sono e anche l’elasticità del corpo è quella che è. Ma basta, bastano. E la vita che fa capolino in se stessa come semplice vita dice la sua natura di meteora. Dunque è ora di fare le cose, come quando si dice: c’è un ‘lavoro da fare’.

La vita quotidiana

La cosiddetta gestione della vita quotidiana è così stressante, a quanto pare, che alla fine della giornata può capitare di notare che non resta ‘niente’. Questo ‘niente’ viene per lo più prontamente convertito in televisione, collasso sul divano, o in modi più frenetici, all’esterno. Non è solo questione di velocità e di ansia da precarietà, è anche che viene richiesto quasi in ogni campo uno standard elevato di prestazione, non tanto in cambio di gratificazione ma semplicemente di non esclusione.

Sembra che si viva tutti sul filo del rasoio, anche nei rapporti con i figli, la coscienza sempre più diffusa, presso i nuovi genitori, degli aspetti psicologici del loro ruolo, appesantisce la fatica (paradossale inversione rispetto alla società contadina o alla funzione produttiva ed economica della prole).

Eppure da tutta questa fatica deve emergere qualcosa di radicalmente altro, una libertà, un’energia che saltino d’un colpo oltre l’orizzonte introiettato di queste prigioni. Giacché non c’è davvero nessuna necessità di ritrovarsi così: bisognerà leggere in altro modo tutto questo, bisognerà allontanarsi molto dal ‘comune sentire’ per trovare una via di uscita.

C’è chi dice no, cioè, sì.

La forma più subdola di collaborazionismo è forse quella di chi si trova ad occupare una nicchia, sia pur piccola, di mercato, lasciata ad uso dell’opposizione. Ogni paese colonizzato ed occupato, sufficientemente evoluto, prevede una quota del suo mercato per le contraddizioni. Si assiste così al fiorire e sfiorire di iniziative e pubblicazioni, spesso autoreferenziali, che nell’assoluta inefficacia ma con discreta spocchia, prosperano grazie ad una grafica accattivante e ad un tipo particolare di feticismo linguistico, ‘oppositivo’, appunto.

Maestri dell’arte

Non so cosa significhi di preciso avere avuto dei grandi maestri in arte. Non si tratta solo di una questione tecnica, si tratta piuttosto di una relazione, per così dire, spirituale. E più in profondità: non è tanto quanto il maestro ci ha detto che può essere stato importante per noi, ma quanto il maestro ha mostrato. Come per la forma logica della proposizione di Wittgenstein, vi sono cose che si possono solo mostrare. In questo caso è un modo di fare, di essere, di rapportarsi. E’ uno stile di vita. Se riconosciamo di avere avuti grandi maestri è perché il loro stile di vita ha gettato una luce sull’arte mentre sembrava che stessero semplicemente condividendo con noi un momento di vita quotidiana

Le disposizioni ovvero l’etica dello scrittore

Sia il testo poetico ‘complesso’, sia quello ‘semplice’, sono artificiali, sono raffinati modi della retorica e della stilistica. Nel primo caso si può ritrovare l’allusione al mondo irriducibile, alla sua contraddittoria complessità, appunto, nell’altro caso alla voglia o alla possibilità di semplificarlo, di toglier via, di venire all’essenziale. Possono essere due modi, tra tanti, di sognare di fronte all’inesplicabile dell’esperienza. Perché non vi sia deriva nichilistica, entrando nel gran mare della retorica, immagino a monte, delle diverse possibili disposizioni. In agguato c’è, infatti, l’esibizione che della complessità ( e di quel mistero) ne fa compiacimento sterile e, dall’altra parte, vi può essere quel toglier via regressivo, di chi, di fronte all’inesplicabile, finge una soluzione già tutta dispiegata, laddove ha solo saltato il fosso, come chi si vanta di non possedere doti intellettuali e di esser per questa deficienza più disincantato e libero, più in sintonia con la novità dei tempi. In ogni caso quell’esperienza se ne sta chiusa nel paradosso della sua nominabilità infinita ma a mutare è l’etica dello scrittore, cosa difficile da descrivere e che per comodità ho chiamato disposizione. Alla fine, come è ovvio, sta al lettore percepire se qualcosa dell’inesplicabile che appartiene alle nostre vite, al di là delle statistiche e delle prevedibilità, risuona, se vi è stato fuoco e piacere della conoscenza, oltre ad una ragionevole dose di risarcimento narcisistico dell’autore che, proprio in quell’inesplicabile, per noi, si è inoltrato.

Una Risposta a Non è solo questione di poesia…

  1. […] Seconda parte dei Blogpensieri su Alfabeta2 Di cepollaroarte Su Alfabeta2 la seconda parte dei Blogpensieri: ‘Non è solo questione di poesia’. […]

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