Milli Graffi

Recentemente, a un festival plurimediale di poesia musica arte, tenutosi in Sicilia, a Tosa, nell’ambito delle manifestazioni di Fiumara Arte, mi è venuto in mente di organizzare una delle diverse letture che ci venivano richieste leggendo la breve serie di poesia che negli anni avevo scritto unicamente sul tema di cosa fosse la poesia e la scrittura per me. Cioè poesie che avevano incorporata in qualche modo quello che si chiama di solito una dichiarazione di poetica.

Dico poetica con qualche titubanza, perché ho sempre sentito che il termine fosse giusto e usufruibile per chi si occupa di critica, mentre al poeta interessa il come si fa. Senza dubbio le due cose possono essere portate a coincidere, ma io rimango con questo alone di esitazione.

Comunque, la breve sequenza era divertente da proclamare a voce alta, e le piccole o grandi differenze maturate negli anni hanno finito per far emergere un curioso processo narrativo del tutto inintenzionale, assolutamente non voluto, diciamo un effetto collaterale fuori programma.

Tornando col volo che mi riportava a Milano, un lampo di illuminazione: quelle poesie erano autoritratti. Alla maniera di Rembrandt.

Adoro Rembrandt, come tutti. Ma sui suoi autoritratti ho consumato fiumi di invidia. Persino a Buenos Aires ne ho trovato uno, dorato, sfolgorante, un trionfo di luce e di energia. L’invidia nasceva dal fatto che farsi l’autoritratto con la scrittura è arduo, altamente improbabile e di sicuro menzognero, oltre che scarsamente convincente.

Nei suoi autoritratti, ogni volta, Rembrandt portava al massimo le invenzioni della sua pittura che aveva fino a quel momento maturato. Libero dalle costrizioni della committenza, sentiva il bisogno e il piacere di produrre il meglio delle possibilità della sua arte, e il soggetto più duttile che avesse a disposizione era uno specchio, con le sue mirabolanti magie.

Per uno scrittore, lo specchio è il desiderio di un fare, la pressione di una modalità che urge con imperiosa e anche assurda sicurezza, è la persin comica constatazione di essere fuori dal mondo, dal giro sicuro e proficuo della vigente, e committente, cultura.

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