Simone Pieranni

Pechino,

Google paladino della libertà, seguito da un manipolo di attivisti cinesi: è l’immagine che spesso viene offerta dai media occidentali delle ultime vicende in Cina. Come se gli attivisti cinesi fossero simili, anzi identici, a quelli occidentali. In realtà non è così e sulla vicenda pesano pregiudizi tutti nostrani nel cercare di valutare le realtà altre partendo sempre dal proprio punto di vista.

Cominciamo da Google: in Occidente, grazie all’ampiezza di fuoco mediatico degli Stati Uniti, il colosso di Mountain View è passato agli annali come il grande contestatore della censura cinese. Dimenticando, o forse omettendo, che Google per entrare nel mercato cinese aveva accettato ogni tipo di compromesso (fece di peggio solo Yahoo! che consegnò ai solerti poliziotti cinesi le mail di alcuni attivisti), piegandosi senza troppe storie alle richieste di contenuti filtrati proveniente da Pechino. Nel momento in cui Google ha compreso alcune difficoltà oggettive del mercato cinese (gli utenti locali utilizzano per lo più servizi in lingua cinese, di cui ne hanno una marea), a seguito di un attacco informatico, pare, proveniente dalla Cina, Google ha deciso che la censura cinese era diventata inaccettabile. Ha così optato per spostare le ricerche sul proprio indirizzo di Hong Kong, previa imbeccata proprio di Pechino. Alcuni, specie gli osservatori cinesi, avevano registrato fin da subito il collegamento tra battaglia di libertà e perdite economiche, ma ovviamente a livello planetario ha influito non poco la propaganda made in Usa (meno ottusa, almeno nei modi, di quella cinese ma pur sempre apparato di comunicazione globale).

Quando da Pechino hanno fatto intendere di non gradire più la soluzione di Hong Kong, Google ha provato a fare una manovra a ritroso, riportando attivo il proprio dominio in Cina e spostando su Hong Kong solo la ricerca, libera dai filtri. Alla fine la licenza è stata rinnovata, dopo qualche giorno di attesa. Segno che Google non è un’azienda normale e che Pechino ha imparato qualche lezione di comunicazione, per non risultare sgradita a livello internazionale.

Questi i fatti più recenti.

Ai tempi del primo strappo, nel marzo di quest’anno, si era sottolineato il sostegno di molti cinesi al motore di ricerca made in Usa. Vero, reale, da parte di una minoranza di attivisti da tempo impegnati contro la censura. Pochi, però, hanno sottolineato in seguito il lento disgregamento di questa fiducia, per alcuni fatto occorsi a “breaking news” avvenuta. Ad esempio la sponda dell’amministrazione americana: Hillary Clinton tuonò contro la Cina, ricevendo risposte seccate da Pechino e ottenendo il risultato inverso di ammorbidire il sostegno a Google da parte dei netizen del Celeste Impero.

Stiamo parlando infatti di attivisti con caratteristiche cinesi: persone cui poco interessa della democrazia occidentale e che spingono per un cambiamento graduale della società cinese (ogni cinese, sia del PCC sia un semplice ambulante temono il luan, il caos, la confusione, più di ogni altra cosa, memori della Rivoluzione Culturale e altri eventi che si perdono nella storia di questo paese) guidato da un rinnovato Partito che sappia compiere manovre di trasparenza.

Si chiedono bilanciamenti di potere, la capacità del Partito di fare entrare tra le proprie file il giovane ceto intellettuale, una giustizia meno arbitraria, in grado di fermare le emorragie di corruzione, non libere elezioni in stile occidentale. Giusto o sbagliato, questa è l’opinione della gran parte dei cinesi che hanno motivi di contestare l’attuale stato delle cose. Come mi spiegava Kaiser Kuo, autorevole opinionista locale, riguardo il tema dell’informazione, ai cinesi interessa un sistema di trasparenza, attraverso il quale sapere perché su certi ambiti opera la censura.

Ovvio: il governo cinese ha alcune ottusità insopportabili all’occhio occidentale, la Cina è un paese ricco e vitale ma con alcune tare storiche riguardo la libertà di espressione che non possono che scatenare istinti di ribellione. Quello che conta è che la nostra forma di rivolta, anche intellettuale, non è la stessa degli attivisti cinesi: le istanze nascono e si sviluppano in contesti, non migliori o peggiori, ma semplicemente, diversi.

Riguardo Google, l’appoggio statunitense ad esempio non è piaciuto agli attivisti, per niente. Anche loro, come il governo, lo hanno letto come un’ingerenza negli affari cinesi, finendo per sporcare l’aurea iniziale della battaglia di Google. Sarà che il nazionalismo cinese è una moderna forma di lavaggio del cervello, dirà, o scriverà qualcuno. Sarà invece, potrebbero rispondere i cinesi, che il ricordo del colonialismo occidentale in Cina è molto più vivo di quanto noi siamo propensi a credere (anche un po’ per salvarci l’anima).

Non a caso in questi giorni di nuova diatriba, sono poche le voci di chi ha sostenuto Mountain View. Anzi è opinione corrente che quello proveniente dagli Usa sia l’ultimo colpo di coda mediatico sull’affaire. A raffreddare gli animi è stata inoltre la modalità con cui Pechino e Google hanno gestito la questione: in forma privata e segreta, come due stati, senza rispondere alle molte domande che i cinesi, attraverso una lettera collettiva, hanno esposto a entrambi. Da Google, fermo restando l’attuale chiusura su certi temi del comitato centrale del PCC, ci si aspettava più attenzione: né dagli States, né da Pechino sono giunte infatti delucidazioni sul perché e su quali fossero le ricerche, ad esempio, su cui la Cina aveva posto il veto, accettato in un primo tempo da Google. La sensazione che ne è scaturita è che Google abbia fatto una battaglia per sé e per nessun altro. Se Google avesse svelato ad esempio le caratteristiche del primo accordo, avrebbe perso la Cina, ma avrebbe consentito uno sguardo eccezionale sulle manovre censorie del governo cinese.

Lo avrebbe smascherato, facendosi portatore di una grande ventata di trasparenza. Invece ha pensato solo a come mediare con il governo di Pechino. Non è un caso che a questo giro di eventi, di attivisti cinesi sui media occidentali, non se ne veda neanche l’ombra. Google in Cina, ormai, è solo, con o senza licenza.

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