Andrea Cortellessa

Come dice Alessandro Dal Lago nel ripeterli a sua volta, troppo facile è citare il Galileo di Brecht, «sventurata la terra che ha bisogno di eroi». Ma tale sventura non si può certo imputare a coloro che come eroi vengono percepiti: e ai quali come tali, magari, tocca comportarsi. Sta di fatto che i primi sventurati sono proprio coloro il cui comportamento riceve mercede simile a quella toccata a Roberto Saviano. Al libro di Dal Lago, invece (Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, manifestolibri), sono arrise una visibilità mediatica altrettanto sproporzionata, cioè una strumentalizzazione altrettanto spregiudicata, di quella da lui stigmatizzata in Saviano.

La prima cosa da dire è che non solo è legittima una critica letteraria allo scrittore (come a ogni altro scrittore), ma soprattutto è opportuna quella che Dal Lago definisce «un’analisi integrata del caso Saviano». Va però aggiunto che Eroi di carta, che si propone entrambi gli obiettivi, il secondo lo manca clamorosamente. Sul merito di molti dei rilievi letterari mossi da Dal Lago a Gomorra, infatti, è facile concordare. Specie quando sottolinea come nulla ci sia di nuovo, nel contaminare narrazione omodiegetica e commento extradiegetico, e dunque testimonianza di fatti visti coi propri occhi e narrazione di vicende cui lo stesso autore non può aver assistito. Su questo punto Antonio Pascale, nel volume Il corpo e il sangue d’Italia (curato da Christian Raimo per minimum fax alla fine del 2007), ha mosso a Gomorra critiche non già di lesa narratologia bensì di etica della rappresentazione; ed è un peccato (nonché spia di un sintomatico imbarazzo) che lo stesso Pascale abbia stralciato quella parte del suo scritto, nel riproporlo di recente nel suo volume Questo è il paese che non amo. A precedere in tal senso Gomorra c’è il filone fuoriuscito da A sangue freddo di Truman Capote, il new journalism e la non-fiction postmodernista. Ma Saviano tutto ha fatto tranne che rivendicare la propria primazia letteraria; quest’argomento Dal Lago farebbe dunque bene a riservarlo ai piccoli e grandi fan che a gran voce hanno proclamato la novità di Gomorra, e la sua incompatibilità con la temperie postmoderna. Saviano si è limitato a individuare una certa formula letteraria come la più idonea a veicolare la sua denuncia – e nessuno può negare che abbia avuto ragione. (Semmai gli si può rimproverare di aver adottato ex post una poetica ben diversa da quella realmente sottesa al suo testo: quella – tutta improntata alla «frontalità» e al «ritorno alla realtà» – cui appunto i fan lo incitano).

Tutt’altro discorso va fatto sulla propagginazione transmediale cui ha dato vita Gomorra. È singolare che un sociologo acuto come Dal Lago si fermi a una lettura così piattamente unilaterale delle «uscite» mediatiche di Saviano, senza tenere conto delle controspinte che riesce a sortire: e il cui effetto fa parte integrante – del tutto consapevolmente, da un certo punto in avanti – delle sue intenzioni. Sfortuna ha voluto che l’uscita del libro di Dal Lago abbia coinciso con le esternazioni del Presidente del Consiglio sulla «cattiva pubblicità» fatta al Bel Paese da Gomorra: cui è seguito il corteggio pittoresco dei reggicoda, da Emilio Fede al centravanti-fotomodello Borriello. Fra questi, ineffabile come sempre, Renato Brunetta: il quale, da non-fotomodello, ha dichiarato di detestare ogni «divismo». Ecco, da comprendere nella sua specifica funzione – senza limitarsi a segnarlo a dito, altrettanto passivamente di chi si limita a consumarlo alla stregua d’un «mito d’oggi» come un altro – è proprio il divismo di Saviano: come ho provato a fare nell’articolo di queste pagine.

È vero che a Saviano «Rolling Stone» ha fatto seguire proprio Berlusconi, quale «rockstar dell’anno» 2009. Ma dalla circostanza non si può dedurre, come fa Dal Lago, una sovrapponibilità delle due figure. Tra i due vige bensì una complanarità: chi lo ha spiegato meglio, in poche acute battute, è stato Sebastiano Vassalli (intervistato da Antonio Gnoli sulla «Repubblica» del 19 aprile). Punto primo: la sovraesposizione mediatica di Saviano lo «protegge fisicamente» (così ha ripetuto lui stesso, con lucidità, in una bella intervista uscita sul numero di giugno di «Stilos»). Punto secondo: «Sciascia sta a Saviano come Andreotti a Berlusconi». Già, Andreotti: non solo chi ha preceduto Berlusconi nelle accuse (al cinema neorealista ieri, a Gomorra oggi) di lavare in pubblico i panni sporchi. Ma anche colui che Paolo Sorrentino, antifrasticamente, ha appunto definito Il divo. Alla sua corporeità introversa, sottratta, ripiegata su se stessa, si contrapponevano sullo stesso piano la fisicità negata, la voce in maschera, il vero e proprio buco nero rappresentato dal corpo, fisico e letterario, di Sciascia. Allo stesso modo alla retorica dell’esibizionismo, alla sfacciataggine di Berlusconi (analizzata meglio di ogni altro da Marco Belpoliti nel Corpo del capo e nel recente Senza vergogna), si contrappongono la faccia da copertina, il cipiglio da guerriero, il corpo e il corpus «fumettisticamente» ingigantiti di Roberto Saviano. Se è questo il piano dello scontro, e se di scontro davvero si tratta (come testimoniano le censure Rai prontamente seguite all’ennesimo editto del Capo), a nulla serve ripetere che meglio sarebbe sfidarsi su un altro terreno. Il terreno lo ha scelto l’aggressore: chi intende difendersi lo deve fare qui e ora.

34 Risposte a Il complesso di Saviano (Non solo di Alessandro Dal Lago)

  1. andrea: ho già riletto almeno quattro volte, tra carta e web, questo tuo intervento e ogni volta rimango ammutolito dal finale. e questo perché, nonostante tutte le ragioni che ha una posizione come quella che esprimi (ragioni ancor più fattuali che teoriche), continuo a pensare che accettare il piano di discussione allestito da qualcuno che non ha nessuna intenzione di dare spazio alle argomentazioni ma solo ai giochi di ruolo, sia in ultima istanza accettare il ruolo che lo stesso ti assegna, un ruolo che non ti permette in effetti di esprimere il valore della tua posizione, ma ti costringe al set più o meno sparuto delle mosse che ti competono.
    ho appena assistito allo scambio di cui sei stato anche tu protagonista su lipperatura. seguo con parecchie incertezze la trasmutazione di roberto saviano. continuo a dirmi che siamo tutti persone adulte ed ognuno si fa carico dei rischi e delle responsabilità che gli spettano. eppure non riesco a togliermi dalla testa che la “propagginazione transmediale” come dici tu sia solo una sublimazione di massa. mi daresti degli argomenti per cambiare idea?

    • Domenico ha detto:

      Scusate la pochezza del mio discorso e delle mie parole non al vostro alto livello, ma io credo che ciò che è stato in grado di smuovere Saviano è formidabile. Rileggerò con molta attenzione tutto ciò che è stato scritto finora, ma credo di aver notato oltre a qualche naso storto su Gomorra in sè come scritto, anche una certa diffidenza nei confronti dell’Uomo Saviano che a mio modestissimo parere è da ammirare. Ammirare la sua forza, il suo coraggio, il suo metterci la faccia in ogni singola dichiarazione o intervento, il che è apprezzabilissimo in un paese come il nostro che ha perso il senso della regione. Ricordiamo che Saviano è un Uomo privo della propria libertà per il coraggio delle sue parole, per il bene di un territorio da troppo tempo lasciato a se stesso, in un territorio dove il Non Stato è parte integrante delle amministrazioni, in un territorio martoriato che paradossalmente elegge a governare una coalizione formata anche da camicie verdi che non vedono l’ora di riframmentare drammaticamente il nostro paese.
      Viva Saviano, che è riuscito ad accendere la luce su un problema storico dell’Italia come la camorra. Non importa come se ne parli purché se ne parli.

      Grazie per l’opportunità.

  2. Domenico Calcaterra ha detto:

    Una brevissima e umile battuta di un lettore appassionato: sul “caso Saviano” sono pienamente d’accordo con il commento precedente di Gherardo Bortolotti; non si può scendere sullo stesso terreno, non si può “combattere” replicando strategie imposte da Altri; si finisce per venire irrimediabilmente fagocitati. E questo è quanto accade a Roberto Saviano. Il quale, a sua scusante, ha il fatto di essersi sentito trascinare in una cosa che non aveva previsto, non poteva prevedere (come ebbe a dirmi la prima volta che lo incontrai ad un convegno dedicato all’ultimo della vecchia guardia degli scrittori siciliani), avendo solo intenzione di scrivere comunque un’opera letteraria, un libro (per quanto di denuncia, ma sempre un libro). La sua no-fiction novel invece si è rivelata una bomba incontrollata, un baluardo collettivo, e il pirandelliano gioco delle parti si è innescato, inevitabile, malgre lui. Sul valore letterario non metto bocca, così come non meritano commenti coloro i quali criticano Saviano perché avrebbe messo in piazza i panni sporchi, rovinando l’effige pubblica del nostro Bel Paese…
    Un altro umilissimo e personalissimo parere mi permetto d’esprimere, circa l’altro interessante articolo “Intellettuali, anno zero”: da “intellettuale liquido” (ecco un altro, si penserà, che si autopromuove, va avanti a forza di autorivendicazioni e affermazioni di sé…), del mutato contesto me ne faccio una ragione, e una ragione positiva; guardo, insomma, al bicchiere mezzo pieno. Certo, da noi il postmoderno è stato frainteso come stagione del disimpegno, del citazionismo, di un’idea del fare letteratura palincestuosa; e la lezione del mondo anglosassone a riguardo non può che rappresentare per noi una boccata d’aria fresca. Ma se l’intellettuale d’oggi si appiglia alla corporeità, alla località di partenza, alla clausura (che sia questo il senso implicito dell’elogio della torre d’avorio fatto da Piperno?) non è forse perché la prima necessità che averte è quella di liberarsi dal giogo schiacciante di una organicità alla politica (ciò che da lui si pretendeva, pena il prezzo di bastonature continue con la mazza del “disimpegno”: vedi il caso del secondo Calvino che dà avvio a una novella mitopoiesi partendo dalla scienza e che si dedica a perseguire un’idea combinatoria del fare letterario)? Per cui per nella lotta per la sopravvivenza, mi si passi la metafora biologico-evolutiva, s’è resa necessaria una forzosa modificazione genetica (dove – è ovvio – l’ambiente ha avuto il suo bel ruolo) che lo induce a rinnovare la sua carta d’identità in questo anno zero, presentandosi come portatore sano di una “politica culturale” (che persegue e manifesta in prima persona) del tutto deideologizzata, affrancata da capestri di sorta? Fermo restando, però, che quest’atteggiamento lo individuo nei più avvertiti, mentre imperversano ancora (come resti fossili, reperti inossidabili e nostalgici) taluni intellettuali engagé per cui i Sessanta e i Settanta non sono mai finiti (un eterno presente culturale, la loro torre d’avorio è il loro stesso vivere anacronistico: lo so, e ne ho le prove!…) e sono capaci di costruire pagine indignate dove dietro corre un odio settario inestinguibile. Quegli stessi che decidono di togliere il saluto a uno scrittore incoraggiato e sponsorizzato un attimo prima, perché in un’itervista ha dichiarato di aver letto Evola, Pound o altri intellettuali di destra. E da sinistra, mi congedo.
    Domenico C.

  3. Andrea Cortellessa ha detto:

    @ Gherardo Bortolotti
    Capisco, credo, il tuo punto di vista. Non lo condivido, però, e cerco di spiegare – molto terra terra – perché. Quando dico che il terreno di scontro lo ha scelto l’aggressore, dico – mi pare – una cosa ovvia. Il terreno, sin dagli anni Ottanta dell’occupazione militare dell’etere televisivo, è quello dell’immaginario, dei desideri di massa, appunto delle oniriche proiezioni “divistiche”. Ora, l’obiezione che mi sarei aspettata da un intellettuale absolument contemporaneo (per es. da te) non è che bisogna guardarsi dallo scendere sullo stesso piano (il che a mio modo di vedere è opzione tanto nobile quasnto ineffettuale: se ti attaccano a randellate tu ti contrapponi con una pistola ad acqua?), bensì sul “come” si possa scendere – con efficacia – sul medesimo terreno senza essere per ciò la brutta copia, inevitabilmente perdente, dell’avversario. Prendiamo il veltronismo, ossia l’ideologia culturale della sinistra moderata italiana da ormai un quindicennio. Mi pare ci siano pochi dubbi che la strada scelta da Veltroni (o dal suo think tank) fosse appunto quella di smettere di delegittimare l’avversario Berlusconi come impresentabile, inqualificabile, irreale – e prendere atto della sua esistenza, della sua pericolosità, appunto del terreno dove aveva portato la sua offensiva. La risposta è stata però debole, subalterna, appunto una brutta copia – attenuata, improbabilmente buonificata – del berlusconismo. Tanto è vero che l’elettorato (quando finalmente, e con colpevole ritardo, il leader culturale del centrosinistra è stato presentato al suo giudizio in qualità di opzione politica piena) ha scelto, coerentemente e dal suo punto di vista correttamente, l’originale.
    Ora, la domanda che è necessario porsi è invece la seguente: Saviano e il savianismo rappresentano – rispetto a Berlusconi e al berlusconismo – una risposta complanare sì ma anche adeguata, concorrenziale, ipoteticamente vincente? esiste una anche remota possibilità di fare di questo minimo embrione di una nuova egemonia culturale anche una piattaforma politica della quale – a differenza che del veltronismo – sia possibile non vergognarsi?
    Io risposte a queste domande, beninteso, non ne ho; ma credo sia ora di cominciare a porsele.

  4. Domenico Calcaterra ha detto:

    Anche Cortellessa è convincente: ma su quel piano sarà difficile battere il nemico (proseguendo la metafora militare); e a parte pistole ad acqua, non vedo armamenti adeguati a far pendere le sorti del conflitto dalla nostra parte. Forse il problema è un altro: l’alternativa “altra” (tautologicamente parlando) credo sia possibile, ma a mancare è una concreta volontà di aggregazione rispetto alla risoluzione del Grande Problema del nostro paese.
    D

  5. @andrea:
    sia chiaro, neppure io ho risposte e la richiesta che ti ponevo era tutto fuorché retorica. sia chiaro anche che non sottovaluto la necessità di rivolgerci, in una rivista come alfabeta, le domande che fai – e non per niente sono qui a parlarne. sia chiaro però, soprattutto, che se mi pongo il problema che sollevo lo faccio proprio da intellettuale (un ruolo in cui non mi sento a mio agio ma che, in questa sede, non posso certo pretendere di non assumere) e ancor di più da cittadino contemporaneo.
    ovvero un cittadino che ha assistito alla quasi completa vaporizzazione della propria cittadinanza (della propria dimensione sociale, anche) per mezzo delle deleghe immaginarie alla drammaturgia del vivere civile che i media hanno messo in atto. in modo veramente feroce e massivo, come ricordi tu, a partire dal boom delle televisioni commerciali degli anni ’70-’80 (che, per noi dei suburbs, è stato l’equivalente culturale dell’allucinazione che, nel “congresso di futurologia” di lem, nasconde un’altra allucinazione che infine nasconde la miseria più nera e disperata) ma con strategie che non erano certo nuove (alla fine, per rimanere nell’esempio, le televisioni commerciali riprendevano, sia in termini di facce che di programmi, la rai dei tempi d’oro) e che hanno sempre previsto, per il discorso critico, per ogni tentativo di smascheramento, di demistificazione, l’angolo più o meno filisteo del programma intelligente, della “voce della coscienza”, della “funzione pasolini” (che a sua volta succedeva ad una “funzione zola” ormai cristallizzata) e così via.
    ed è proprio a fronte di questa lunga tradizione, della sua capacità di distribuire i ruoli sempre nei termini che la mantengono, e non certo per paura di “sporcarmi le mani”, per un rifiuto regressivo delle condizioni oggettive, che mi chiedo se davvero ha ancora senso accettare quel piano di discussione, dopo tutti questi anni, dopo tutti questi risultati più o meno ineffettuali, più o meno sublimatori (il savianismo, come dici tu, e mettiamoci anche il santorismo, il culto di pier paolo, le strategie da quinta colonna, le strategie pop etc. etc. – e scusami per le citazioni a casaccio!). e mi chiedo anche se, per ritornare a porci il problema dell’egemonia, non sia meglio iniziare dalla fonte della stessa e non dai suoi sintomi, ovvero non dai media ma dalla merce (e quindi anche dai media come merce), dal capitale, dal mercato, dal lavoro, in modo che sia la politica a generare, concretamente, l’egemonia e non quest’ultima, in vetta ad un successo momentaneo, a proiettare il simulacro della prima.
    va bene, la chiusa mi è uscita netta perché, in effetti, è netta la percezione che ho del problema. ma questo, vorrei ribadirlo, non mi rende meno curioso, anzi bramoso, di sentire le tue ragioni, di sentire le ragioni degli altri su questa questione, su tutti i termini che forse, in questa sede, possiamo iniziare a ricomporre.

  6. carmelo ha detto:

    @gherardo bortolotti
    Scusa ho difficoltà a capire il tuo intervento, un po’ astruso e forse gratuitamente complicato.
    Il discorso di Saviano, sarà poco innovativo dal punto di vista letterario, sarà poco rivoluzionario dal punto di vista politico, però è efficace. Smuove le coscienze del pubblico televisivo, quel “pubblico” il cui immaginario è stato plasmato e colonizzato dall’attuale presidente del consiglio, che riuscito a commettere qualsiasi nefandezza semza perdere un briciolo di consenso, fin ora. Quel pubblico televisivo che la sinistra ( tutta la sinistra moderata e “radicale” – si fa per dire -) ha consegnato su piatto d’argento non facendo cio’ che anche un liberale avrebbe dovuto fare: legge sul conflitto di interesse e sui media (ricordo che il sig. Bertinotti, si preoccupava invece di far cadere Prodi sulle 35 ore ) .
    Credo che bisognerebbe dedicare il proprio tempo e le proprie energie a cosa ben più urgenti e importanti invece di star li a tentare di demolire un “mito” mediatico, che ha il pregio di risvegliare le coscienze addormentate passive a plasmate, che costituiscono la abse elettorale del nostro premier

  7. Umberto Rossi ha detto:

    Al momento attuale, più che le esternazioni del Presidente del consiglio (che tengono i riflettori accesi su Saviano e il suo libro), il vero pericolo per lo scrittore siano le reazioni scomposte di critici e intellettuali, i quali sembrano divisi tra quelli propensi a disprezzare Gomorra (forse perché vende, peccato mortale per tanti, troppi pseudoletterati di casa nostra) e quelli che vogliono farne portabandiera di non si sa quale innovazione letteraria, o peggio Grande Scrittore tout court. Non si può semplicemente dire che Saviano ha scritto un bel reportage con una componente di stile, cosa che da noi non è che non si sia mai vista, e che in America si scrive dagli anni Sessanta? E poi magari, con modestia, lasciare al tempo di dire se questo è un libro che avrà una vita legata a questa stagione, o se continuerà ad attrarre lettori perché oltre a dirci qualcosa dei nostri mali di ora tocca qualcosa di più radicale e permanente? Io credo che di tutto Saviano abbia bisogno ora, tranne che di una guerra di religione tra critici militanti per stabilire (le stesse cose tornano, diceva Musil) se il suo libro sia poesia, o non-poesia. Ma temo che ormai siamo alla solita guerra tra bande, dove le invidie, i malumori, i rancori, le amicizie contano ben più della comprensione di un testo.

  8. scusate: ho evitato finora di partecipare a discussioni su saviano e ho intenzione di continuare a farlo. soprattutto perché non voglio far diventare una persona costretta a vivere sotto protezione l’oggetto delle mie opinioni.
    mi interessa piuttosto il punto sollevato da cortellessa che non è neppure quello del cosiddetto savianismo, che funge appunto da spunto, ma dei media come piano dello scontro (riassumo rozzamente).
    a riguardo secondo me è sintomatico, per esempio, quello che dice carmelo quando parla di “pubblico televisivo” consegnato dalla sinistra a berlusconi. ecco, condividendo ovviamente la sua critica sull’errore strategico (nonostante le difficoltà della questione) fatto dai governi prodi sul conflitto di interessi, mi sembra che dovremmo parlare di cittadini e non di pubblico televisivo e ricordarci che, per quanto il sistema dei media sia pervasivo (ci siamo dentro in questo momento, per dire, e forse si potrebbe dire che non c’è un momento in cui non ci siamo) non esaurisce la società, i suoi rapporti di forza, i conflitti che l’attraversano – nonostante abbia una pulsione totalizzante (totalitaria?) a riguardo e nonostante, maliziosamente o meno, quei rapporti e quei conflitti tenda a cancellarli e a sublimarli.

    • domenico ha detto:

      Vorrei capire oggi secondo voi l’intellettuale, vissuto come anacronismo, chi è cosa può “orientare”? Ma concretamente, dico? Vorrei ci si concentrasse tutti sul “ciò che possiamo fare”?…

  9. domenico ha detto:

    Scusate, correggo: Vorrei capire oggi secondo voi l’intellettuale, vissuto come anacronismo, chi e cosa può “orientare”? Ma concretamente, dico? Vorrei ci si concentrasse tutti sul “ciò che possiamo fare”…

  10. Andrea Cortellessa ha detto:

    @ Domenico (& tutti)
    Come diceva Gherardo nel suo ultimo intervento, “ci siamo già
    dentro”. Digitando su questa tastiera, io sto partecipando a una discussione pubblica che – scusa Umberto – non mi pare affatto sul valore letterario maggiore o minore di Roberto Saviano bensì sulla possibilità o meno di un intellettuale di incidere sulla realtà (che è fatta “anche” di paesaggio mediatico, ancorché questo ovviamente non esautori il resto); e che lui sia un intellettuale, ci piaccia o meno, mi pare difficile metterlo in dubbio – così come che abbia inciso e stia incidendo. Dopo di che si può legittimamente pensare che la sua incisione, diciamo così, sia negativa (ieri per esempio diversi dei presenti alla presentazione romana della rivista, al bookshop dell’Auditorium, erano di questa opinione – e la presentazione si è felicemente, per me, trasformata in pubblico dibattito); oppure il contrario. Oppure, come mi sono limitato a fare io, si può cercare di mostrare in che senso questo modo di incidere sia diverso (e che diverso lo sia pure è ovvio) da quello degli intellettuali di trent’anni fa.
    Ecco, “ci siamo dentro”. Che ora noi si stia discutendo di queste cose non è affatto una banalità. Abbiamo vissuto in un paese dove per trent’anni la parola d’ordine è stata quella di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin (o «il dibattito no!»), ed è preciso interesse di gente come Mariarosa Mancuso dire che parlare di intellettuali ecc. è roba «bacucca» (e mi spiace infinitamente che dica in sostanza la stessa cosa Tiziano Scarpa). Ma non è affatto vero che sia roba bacucca: se è vero che lo stanno facendo, e sul serio, qui e in questo momento, quarantenni come Gherardo e Umberto o me, e credo persone più giovani come Domenico e Carmelo.
    Per anni ci dicevano che non era il caso, che c’era da fare altro, che c’era solo da arricchirsi e gonfiare l’ego. Bene, quel tempo è finito.
    Capito?, lo stiamo facendo, qui e ora. SI! PUO’! FARE!
    (per citare un film che mi piace decisamente più di Fantozzi)

  11. Umberto Rossi ha detto:

    Grazie del quarantenne, Andrea, bei tempi quando appartenevo a quella fascia d’età. Se si può fare i continuo. Lo scrittore Saviano se incide lo fa soprattutto coi suoi libri. Il resto, come si dice a Roma, è regalato. Cioè è un di più sul quale non si dovrebbe contare troppo. Sospetto che per molti Saviano sia semplicemente una faccia, molti che Gomorra non l’hanno letto. Non ho problemi a mettermi in quel numero; non tanto perché non disponga del libro (sta ammucchiato tra i tanti in qualche scaffale), quanto perché ne ho letto stralci disordinatamente e non mi sono mai messo, mea culpa, a leggermelo tutto. Qualche altro libro mi avrà interrotto; magari Rosso Floyd, magari Chronic City. Però come critico mi sento di dire che il modo giusto di incidere è col libro, non tanto con le apparizioni di vario tipo. Ma neanche sono tanto ingenuo da non capire che interviste, conferenze, dichiarazioni che uno scrittore fa a libro stampato hanno comunque a che fare col libro, ne formano una specie di extratesto o circum-testo (sarà il caldo, mi viene facile il neologismo) che col testo entra in un gioco complesso (che poi certi scrittori questo lo rifuggano, come Pynchon, dimostra che il problema esiste, e lo si può affrontare in modi diversi).
    Detto tutto questo, a me come critico resterà la domanda: “ma il libro che vale?”–per rispodere alla quale me lo dovrei leggere tutto, e metodicamente, e meditatamente. Se l’extratesto dovesse rimpiazzare del tutto il testo (situazione paradossale, ma neanche tanto: tutti parlano del libro e dell’autore, nessuno si degna di leggerne neanche una riga), staremmo messi male. O meglio: saremmo in una forma di iper-italianità.
    Per tornare alla nota di Andrea: sei COSI’ sicuro che l’extratesto che Saviano ha costruito tra interviste conferenze presenze ecc. sia tanto diverso da quello che i Moravia, i Pasolini, le Morante di un tempo allestivano? E soprattutto: non aveva già capito (e fatto) tutto il Pescarese? Non dovrò citare quello storico tormentone dell’edizione italiana di Mad, che recitava spietatamente “e dov’è sta novità?” (Bada bene: il mio è un giudizio di valore, non tecnico; sicuramente preferisco l’extratesto di Saviano a quello di D’Annunzio, forse con l’eccezione del Volo su Vienna; ma l’idea che lo scrittore possa anche “scrivere” al di fuori della pagina mi pare inizi prima di Saviano…)

    • Domenico Calcaterra ha detto:

      “Lo stiamo facendo”, – dice Andrea. E questo discorrere su di un tema “bacucco” (come qualcuno l’ha definito) non può che essere un bene. E quanto dice Umberto sul “caso Saviano”, niente di nuovo in sostanza, un meccanismo che si ripete: l’ergersi di tutto il contorno mediatico come prolungamento extra-letterario che sopravanza il giudizio di valore sull’opera. Io ho avuto la pazienza di leggerlo tutto il libro di Saviano, in tempi non sospetti, proprio al suo apparire, prima che il nostro, minacciato di morte, ottenesse la protezione e la scorta: e non ho trovato sul piano della forma nulla di nuovo (un modello che negli States è ormai logorato: a principiare da Tom Wolfe e tutto il New Journalism degli anni Sessanta; per non dire poi della no-fiction novel per eccellenza, A sangue freddo di Truman Capote); un libro con momenti forti, come per esempio (vado a memoria) il capitolo iniziale, e palesi debolezze, con colpi ad effetto talvolta anche puerili. Un libro onesto: senz’altro non un capolavoro; nemmeno il miglior libro dell’ultimo decennio: certamente quello che ha calamitato attorno a sé (ma non poteva che essere così) una baraonda, a tal punto che noi stessi ancora sentiamo il dovere da “intellettuali” (chi di professione, chi come il sottoscritto da dilettante) di esprimerci su Saviano e il savianismo. Stiamo parlandone, dice Andrea, è questo è positivo. Ma credo che dovremmo eludere il problema Saviano e tornare al vero argomento: a cosa è ridotto l’intellettuale oggi? Come può egli incidere? Ma, può incidere? Noi stessi ci crediamo bandierine segnavento: ma quanto di questo affanoso discutere su di un blog arriva all’esterno? Perché rimane sempre chi, dinnanzi ad Alfabeto2, si pone con sufficiente disprezzo e con lo sberleffo di un insostenibile confronto con le penne del passato, ineguagliabile, dimentico degli anni luce che ci separano… Bisognerebbe capire noi e poi spiegare a questi signori che tutto è cambiato, che diverso è il ruolo che gli intellettuali possono avere oggi; che Saviano e Piperno, non si escludono, che l’apparente torre d’avorio e l’autoimmolazione-impegnata (a rischio di pelle, s’intende; è detto senza sarcasmo) sono i due poli tra cui si dibatte lo scenario intellettuale italiano. Il dialogo dovrebbe essere riattivato tra i due modelli oggi in voga d’intellettuale: nessuno dei due convincente, ciascuno per motivi antitetici discutibile. Personalmente credo che se Andrea Cortellessa (e chiedo venia, lo faccio solo perché ho stima sincera per il suo lavoro critico) scrive dei libri di critica che presentano ai potenziali lettori un’ottica differente sui fatti letterari e sugli autori, è un servizio importante; è un servizio intellettuale; non meno che se tenesse pubblicamente un discorso in piazza duomo a Milano contro lo strapotere del presidente del consiglio o l’inconsistenza dell’opposizione di Bersani & Co. Non c’è un modo, un abito da indossare per ottenere la patente di intellettuali; o forse, c’è solo un modo, più semplicemente: svolgere bene il proprio lavoro intellettuale. I vecchi intellettuali, non dimentichiamolo (o almeno io quando scrivo le mie paginette l’ho tengo sempre a mente) sono gli stessi che in maggioranza hanno massacrato il Calvino dalle Cosmicomiche in poi (lo stesso Montale, lo fece) quello del dialogo con la filosofia, l’antropologia e soprattutto con la scienza (che rivoluzione per la letteratura, certo grazie anche all’influsso dell’allora d’avanguardia cultura francese). Quegli intellettuali sono esempi di un mondo, una dimensione trascorsa: non modelli oggi riesumabili o ancora plausibili. Tutto questo discorso divagante, in conclusione vorebbe giungere a sostenere la necessità di una ripartenza (mio modestissimo parere) da un grado zero del mestiere d’intellettuale (che spesso nella fitta coltre di un dibattito su una ricerca e definizione delle sue funzioni, che ciclicamente come in questo tempo ritorna). Ricordo una definizione semplice di ciò che pià somiglia a un intellettuale, data in Nessuna passione spenta da Goerge Steiner: “l’intellettuale è colui che si accosta a un testo con una matita in mano” (nell’uso responsabile di quella matita, se ci riflettete la nostra unica preziosa arma, c’è tutto il nostro passato e insieme la nostra sola prospettiva futura).

  12. carmelo ha detto:

    @andrea & co
    Finchè m isento giovane sono giovane (nel senso di curioso aperto e pieno di dubbi): i dati anagrafici sono solo un dettaglio.
    “Dopo di che si può legittimamente pensare che la sua incisione, diciamo così, sia negativa”
    e’ legittimo pensarlo ma si pensa male, e’ un pesniero dettato dall’inividia, dalla frustrazione e da un certo snobbismo che molti intellettuali di sinistra non riescono a togliersi di dosso.
    Bisogna partire dallo stato delle cose: deprimente.
    Questo paese sta vivendo un profondo declino civile e culturale, gli “intellettuali” (nell’accezione più ampia del termine) vengono sbeffeggiati, emarginati, privati di dignità e di mezzi. I politici (la lega è molto emblematica) si fanno un gran vanto di starne lontani. e di essere invece vicini alla gente e di capirla.
    Tu parli di “cittadini” ma in questo paese sono stati aboliti così come e’ stato abolito il senso del bene comune e della partecipazione e confronto “per” il bene comune.
    In questo paese si e’ perso il senso della realtà, l’unica realtà che esiste è la realtà televisiva dove si forma l’immaginario e i l consenso, dove si vincono le elezioni, e il governo vincente procede a tagliare gli investimenti sulla cultura considerata uno spreco di costi.
    Questa è la situazione.
    In questa situazione un ragazzo ha il coraggio rischiando la pelle di scrivere un libro di denuncia ( tutti i signori critici dopo aver attestato l oscarso valore letterario dell’opera, converrano che il libro resta un libro di denuncia che ha il pregio di essere riuscito ad avere una grande diffusione) che ha successo, diventa un best selelr, tutti ne parlano. Saviano va in televisione e le sue apparizioni sono seguite da molti telespettatori. I quali spettatori, si porranno qualche dubbio, quando vedono che cosentino, pur accusato per associazione di stanmpo camorristico, rimane al suo posto.
    Lo stesso dubbio non se lo porranno certo con chissà quale capolavoro letterario di chissà quale illuminato intellettuale.
    Allora, perche’ tutto questo astio, questa ansia di sconsacrare il lavoro di Saviano. Un lavoro onesto e utile.
    Il discorso sugli intellettuali e sulla loro funzione è un’altra cosa. Non c’entra proprio niente.
    Parlo da lettore giacchè questo sono. I grandi scrittori, influenzano i tempi lunghi della storia e non si pongono il problema di come collocarsi nella società. Di certo non devono guardare in faccia a nessuno.

  13. Andrea Cortellessa ha detto:

    @ Umberto
    Come dici anche tu, è evidente che la “funzione intellettuale” ascritta a Saviano, nel bene e nel male (e bisogna sempre tenere presente, secondo me, che in questo “male” ci sono condizioni di vita, alle quali è ridotto, che non si possono augurare al peggior nemico; questo non è un argomento ricattatorio – anche se c’è chi lo usa in modo ricattatorio – perché ha esattamente a che fare con la ricezione e l'”uso” che di R.S. si è fatto e si può fare), trascende di molto, e da molto tempo, la materia letteraria del suo libro. Per questo non mi pare utile discutere, in questa sede (perché in sede di critica letteraria, invece, sarebbe più che opportuno), della sua maggiore o minore qualità, della maggiore o minore sua novità. Quando citi Pynchon, è chiaro che parli di una cosa diversa. E certo che la “politicità” di Pynchon passa solo nelle sue opere (io non a caso su «alfabeta2» cito «Vineland»), ma appunto lo scrittore è di taglia diversa, e diverse sono le sue ambizioni.
    @ Domenico Calcaterra
    Mi piace la citazione che riporti di George Steiner (saggista che però da tempo ha alle spalle le sue cose migliori). Ieri, alla summenzionata presentazione romana di «alfabeta2», Pirri e Kounellis giustamente – dal loro punto di vista – rivendicavano la legittimità della pretesa, di un artista, che venga anzitutto rispettato lo specifico formale del suo lavoro. E io ho replicato che quando l’artista è “anche” un intellettuale (il che non sono tutti gli artisti, così come non tutti gli intellettuali – fortunatamente – sono anche artisti) deve però essere in grado di annodare il suo specifico (la sua punta di matita, per seguire la tua immagine) al contesto sociale, politico, storico nel quale si trova ad operare. Non dico che lo debba assecondare (secondo il teorema dell’«intellettuale organico»), né che necessariamente lo debba stigmatizzare (secondo il teorema, più à la page, dei «disorganici» a contratto, dei bastian contrari da intrattenimento). Ne deve però essere consapevole. E così il critico-intellettuale: deve sapere come annodare l’opera d’arte al suo tempo – nel senso più pieno e meno corrivo del termine.
    Ora, cosa è venuto a mancare in Italia negli ultimi anni? per l’appunto le sedi, gli spazi dove questa operazione potesse essere compiuta. Io scrivo sulle pagine culturali dei giornali da tredici anni, e negli ultimi tempi ho potuto constatare questa perdita: è possibile scrivere un articolo “in punta di matita”, su un testo letterario o artistico anche complesso (anche se gli spazi per testualità complesse a loro volta si riducono a velocità vertiginose); è persino possibile scrivere un articolo “con la sciabola”, su un argomento politico (perché il quotidiano o è a sua volta politicamente schierato o, se “generalista”, può sempre cerchiobottare la tua opinione – il giorno dopo o quel giorno stesso – con una contraria). Quello che pero risulta assolutamente vietato e impossibile, ormai, è unire insieme i due piani, cortocircuitarli, contaminarli, sporcarli l’uno con l’altro. Cioè appunto fare il lavoro degli intellettuali.
    È esattamente questo lo spazio che va ricostruito: con «alfabeta2» e non solo, ovviamente.

    • Domenico Calcaterra ha detto:

      E se questo spazio d’espressione intellettuale che coniughi l’aggancio della propria professione critica con lo sguardo alla contemporaneità non riesci a trovarlo nemmeno tu (da tutti riconosciuto come una delle voci oltre che critiche intellettuali più autorevoli tra i “giovani”), la cosa è più che drammatica. A me non resta che sventolare lo slogan-vessillo steineriano, oppure diventare uno snob disorganico, senza contratto, senza sponsor, senza pubblico, però. Scherzi a parte, comprendo perfettamente lo “spazio vitale” che è venuto di colpo a mancare, forse anche per il fatto che si è perduto il bisogno di ascoltare certe voci più complesse, problematiche, sul mondo. Spero che Alfabeta2, in qualche modo, possa mettere a disposizione simili preziosi spazi di perorazione “intellettuale”.

    • Domenico Calcaterra ha detto:

      La difesa dello specifico è sacrosanto (assai spesso gli “intellettuali” se ne dimenticano, proprio in virtù della rivendicazione del proprio ruolo, della propria presunta “funzione”). Se il problema però viene sempre riproposto, pur se truccato col belletto del nuovo, sul piano dell’engagement: che se ne discuta è un bene; ma che si possa trovare soluzioni nuove e alternative al problema è pressoché impossibile.

  14. Umberto Rossi ha detto:

    Allora, posso aggiungere qualche nome? Rispetto al discorso che fa Andrea, Saviano risulterebbe lo scrittore “esposto”, che grazie al suo libro si è trovato in mezzo a una specie di vortice mediatico che gli ha dato visibilità, ma una visibilità pericolosa–per lui stesso, ovviamente. Io citavo Pynchon non perché volessi inserire i due in qualche graduatoria; e sarebbe inutile farlo non solo per la questione del valore intrinseco, ma perché Pynchon è all’opera dalla fine degli anni Cinquanta, e sono appunto cinquant’anni di scrittura, mentre Saviano resta ancora uno scrittore esordiente. Pynchon è una specie di antipolo: uno scrittore invisibile, che tutto quel che ha da dire lo mette nei libri, per poi negarsi a interviste, programmi televisivi e quant’altro. Non intendo dire che il modello di Pynchon sia virtuoso e quello di Saviano no; tutt’altro. Saviano fa bene al momento a farsi vedere, non foss’altro perché l’esposizione lo mantiene in vita. Sicuramente non una vita tranquilla, lo sappiamo. Ma si sa anche che l’isolamento dei personaggi scomodi prelude alla loro eliminazione.
    Ora, oltre all’autore invisibile e all’autore visibile, c’è l’autore anche troppo visibile (un nome tra tutti? ma sì, ma dai, l’eccerrimo Baricco), fino ad arrivare all’intellettuale solamente visibile. Qui di nomi se ne potrebbero fare anche troppi. E sono figure che stanno al confine tra l’intellettualità e la ciarlataneria. Allora mi piacerebbe che prima di sparare a Saviano si sparasse a quegli altri.
    Domanda: può l’intellettuale incidere? Be’, se a causa del libro di Saviano a qualcuno cadono le fette di salame dagli occhi, possiamo dire che ha inciso. Ma in questo momento non so se il vero problema sia uno di consapevolezza; il problema reale, pesante, schiacciante, è che dalla consapevolezza dello schifo in cui si affonda non si riesce a passare a una qualche correzione di rotta… tra le cause, non ultimo il serio problema che ci attanaglia un anno sì e uno no, che quando sei nella cabina non sai dove mettere la croce.
    Possono gli intellettuali incidere su questo?
    Bella domanda, vero?

  15. Andrea Cortellessa ha detto:

    @ Umberto
    Fai una domanda interessante e, in qualche misura, “di scuola”. L’intellettuale parla di politica solo in senso lato, sino a toccare con la fronte le stelle del “politico” inteso come categoria filosofica, o può anche sporcarsi le mani con elezioni primarie, exit poll, mozioni di maggioranza e commissioni parlamentari? Come sai a questa domanda sono state date risposte molto diverse in fasi diverse della nostra storia recente. Scrittori-intellettuali che hanno fatto la storia della nostra cultura (e di «Alfabeta») come Edoardo Sanguineti e Paolo Volponi (ma anche Alberto Arbasino, Leonardo Sciascia ecc.) sono stati addirittura parlamentari.
    Avendo lavorato a un’antologia di «Quindici» (la rivista del ’67-69 in qualche modo “madre” di «Alfabeta») proprio assieme a Balestrini, ricordo che per es. in occasione delle elezioni del ’68 (che coincidevano con la massima urgenza del “politico” inteso in senso lato, extraparlamentare dunque) ci fu un acceso dibattito fra lui ed Eco (ma vi parteciparono anche altri collaboratori) sull’opportunità o meno di ospitare sulla rivista delle dichiarazioni di voto.
    Oggi il contesto è molto mutato ma di nuovo ci poniamo questo tipo di domanda, tutt’altro che oziosa. Io da quando ne ho il diritto ho sempre votato, anche se non sempre (nelle ultime occasioni) dando voti “utili” (o considerati tali), e credo che si debba poter discutere anche di questo. Anzi, penso proprio di poter dire che «alfabeta2» dirà la sua, nei prossimi mesi, anche su alcune formazioni politiche oggi in campo.

  16. Umberto Rossi ha detto:

    Secondo te la dichiarazione di voto è uno dei modi in cui l’intellettuale oggi potrebbe incidere? A me sembra che potrebbe incidere un po’ di più una disamina delle idiozie che ci rivende una classe politica di una miseria mentale devastante, anche se da un lato par di sparare sulla croce rossa, dall’altro si ha l’impressione che lo spazio della critica sia qualcosa di totalmente distaccato dalla vita della stragrande maggioranza degli italiani; certe volte si ha l’impressione che la battuta di un comico lasci tracce più profonde delle invettive (sempre che ve ne siano) degli intellettuali. Comunque, capisco che stai cercando di far emergere le modalità in cui gli intellettuali (posto che ne esistano ancora) fanno arrivare qualcosa alla gente (scusa la vaghezza dei termini, ma se la buttiamo sul sociologico gli interventi diverrebbero interminabili). E allora, ti butto lì una cosa che tocca da vicino entrambi: fino a che punto l’intellettuale incide con la sua attività di insegnante, quando riveste anche questo ruolo? Insegnante negli atenei o nelle scuole? Incide, quello? (Devo pensare che si creda di sì, dato che in molte scuole si danno da fare, anche se non certo in tutte, per ospitare p.es. Saviano, tanto per tornare al punto di partenza.) Pesa più l’articolo “impegnato” sul grande quotidiano, la partecipazione al talk show oppore la conferenza o la lezione?

  17. paola ha detto:

    Sono arrivata a leggere la frase di andrea cortelessa che ho incollato e trovate alla fine … ed è tardi e per stanotte mi basta.
    Non capisco molto ( non è la solita battuta ed è probabile siano solo differenze culturali ) e riproverò con più calma a leggervi. Intanto: credo – come tanti – che Saviano potesse scegliere altro dalla sovraesposizione mediatica. Ovvio che ne è responsabile il mio conterraneo: era libero di scegliere altro e – dal mio punto di vista- era scelta assolutamente migliore. Ma già nelle pagine del testo ormai simbolo – e creatore di un immaginario – si sentiva che era una possibilità: saviano “corpo speciale” ha una sua logica interna che rischia di inchiodare Saviano e noi tutti. Un immaginario sul Sud – Napoli e periferia – e sull’Italia che oltrepassa la realtà e si fa altro e richiama altre immagini. Gerusalemme e il mondo ebraico ad esempio ( Mica Saviano ha detto che vuole andarsene – emigrare schifato – a Parigi o nel Sud della Francia come un Grande Intellettuale di Sinistra qualsiasi? ) . E qui il discorso si fa difficile, anche perchè il giovane dal volto truce non è caso semplice, si sa.
    Ricordo anche – per rispetto, e volontà di rispetto dei fatti e della complessità dei fatti – un corpo e un volto e una storia opposta ( non lontanissima nel tempo) : Siani. Lo scrivo perchè, credo, Sciascia ( uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900, per me) e la sua immagine schiva ha poco a che vedere con il giovane campano autore di Gomorra. Siani è stato per noi nati nel cuore delle mattanze un punto di non ritorno. Non fare come Siani oppure rischiare? Fino a che punto si rischia e con quali risultati? Dove lo Stato manca e la sicurezza non è garantita la forza dell’età quanto conta? E’ qui che Saviano si inserisce : il corpo morto del giovane Siani – consapevolmente o meno – è stata un punto di non ritorno per chi è venuto dopo ( ci ha davvero imposto di non varcare un non luogo, da un certo punto di vista). Lì non si doveva finire più.

    Nessuno degli scrittori e scrittrici giovani – tra i trenta e 40 anni- che giocano con la “napoletanità” in modo stereotipato e stanco ha mai osato varcare quel punto di non ritorno ( e non so se vendono molto però vengono pubblicati troppo … malgrado la mancanza di talento di alcuni; è Napoli e l’immaginario su napoli che si prova a vendere? Una roba che più che offendere fa molto arrabbiare. Spesso il ridicolo di testi insulsi e ammiccanti è evidente… è anche grazie a questi piccoli pensieri – se scrivono stancamente della loro realtà come possono avere voce nel paese? – da scrittori e scrittrici di sinistra perfettina e interviste sui giornali e nelle televisioni che la sinistra perde sempre??? Ogni volta che si dichiara – ma leggo e ascolto cose da sottoacculturati in generale- che i leghisti sono razzisti, per esempio, si fa un grande affare? Penso di no. )

    Si capisce – almeno un poco – perchè non vi capisco? Mi imbarazza – non poco – mettere in conto che il problema vero -se si parla di saviano – sia da richiamo veltroniano e da paura del cavaliere nero e la domanda necessaria sia questa qui:

    “Ora, la domanda che è necessario porsi è invece la seguente: Saviano e il savianismo rappresentano – rispetto a Berlusconi e al berlusconismo – una risposta complanare sì ma anche adeguata, concorrenziale, ipoteticamente vincente? esiste una anche remota possibilità di fare di questo minimo embrione di una nuova egemonia culturale anche una piattaforma politica della quale – a differenza che del veltronismo – sia possibile non vergognarsi?”

    • andrea inglese ha detto:

      a paola, che scrive:

      “che Saviano potesse scegliere altro dalla sovraesposizione mediatica. Ovvio che ne è responsabile il mio conterraneo: era libero di scegliere altro e – dal mio punto di vista- era scelta assolutamente migliore.”

      Io neppure ho compreso il tuo intervento – e lo dico senza ironia. Ma questa frase che scrivi è chiara. E io ti chiedo allora: quale specifica colpa è attribuibile a colui che decide di giocare la sua parola (di testimone-scrittore) anche sul piano decisivo dell’immagine?

      Tu dici, come molti, “siccome Saviano non si è rifiutato alla presenza nei mass media (quotidiani, settimanali e addirittura televisioni), Saviano sbaglia”. Ma perché?
      Tutti coloro che hanno portato avanti anche battaglie giuste si sono dovuti confrontare con la soglia del mondo dell’immagine (con la soglia dei mass media). Lo statuto di icona non è esclusivamente limitato ai calciatori, a Fabrizio Corona, agli scagnozzi più bercianti di Berlusconi (icona delle icone). Il padre di Eluana Englaro è diventato fatalmente icona di una giusta battaglia, così come la famiglia di Aldovrandi, ragazzo ingiustamente ucciso dalla polizia, per non parlare di tutti coloro che, per la tenacia delle loro giuste lotte, lo sono diventati in passato, in Italia e nel mondo.
      Il problema dovrebbe essere allora come si sta all’interno del mondo dell’immagine, come ci si difende dagli elementi più nocivi di quel mondo, ma anche come lo si modifica a proprio favore. Ma nessuno entra nel merito….

      Vi sono attività che possono vivere al di qua di questa soglia: la letteratura non ha per forza bisogno dell’immagine – non ha caso ci sono scrittori che si sono rifiutati a qualsiasi “pubblicità”. Ma così non può essere per un discorso come quello di Saviano, che non è confinabile né giudicabile esclusivamente entro i criteri della letteratura. La dimensione politica del lavoro di Saviano non può ignorare la “pubblicità”. Se si devono fare critiche lo si faccia sul modo in cui scrive i suoi pezzi, sul contenuto dei suoi pezzi per Repubblica, sul modo di partecipare alle trasmissioni televisive, ecc.

      Contrapporre Siani e Saviano è assurdo. Siani era un precario, uno che lavorava al Mattino senza ancora avere un contratto. Se Siani non fosse stato un giovane qualsiasi appassionato di giornalismo d’inchiesta, ma privo di statuto riconosciuto, forse sarebbe stato più difficile ammazzarlo. Se poi avesse condotto la sua battaglia da sotto i riflettori nazionali, allora avrebbe avuto qualche chance in più per essere ancora vivo.

      • paola ha detto:

        @andrea inglese

        prima di tutto cercherò al più presto di prendere il cartaceo di alfabeta2 e leggere con calma in una biblioteca ( è il minimo).

        Però chiariamo subito su Saviano e Siani: intendevo semmai contraporre Saviano e la sua “visione” ( un richiamo pasoliniano non è centrale in Gomorra?) agli scrittori e scrittrici che sono entrati nel “circo mediatico” grazie alla moda su Napoli e un rilancio spesso – e purtroppo – della napoletanità più stereotipata.

        Saviano invece si è spinto, secondo me e come scrivevo nell’altro post, in quel luogo di non ritorno provocata – per noi che lì siamo nati- dalla morte di Siani. Mi dispiace non essere stata capace di farmi capire sul punto – l’unico al momento – che mi porta a trovare anche ragioni (interne e “sottili”) per la nascita della figura di “angelo vendicatore” ( Cit. Biagio De Giovanni). Se rileggi adesso – Siani/Saviano – forse ci possiamo capire su un punto troppo delicato per lasciare stare.

        Infatti, provavo a trovare ragioni – non torti – della sovraesposizione mediatica. E però:
        1) in Gomorra era già presente, è evidente, lo sguardo che isola e si fa “visione” individuale. Un “corpo speciale” si aggira in luoghi dove vita e morte si confondono.
        2) era libero poi – Saviano – di sfuggire alla figura di “angelo vendicatore” malgrado tutto. Scelta.
        3) Inchioda noi la sovraesposizione mediatica di Saviano ( ma anche Saviano, appunto). L’immaginario creato non per nulla si complica appena dopo aver (ri)creato un immaginario su Napoli: non solo Napoli e periferia e non solo Italia. Il problema è il Male del mondo – Politkovskaja, Ken Saro-Wiva, Varlam Salamov … Cit. Scotto di Luzio – non la mancanza di Stato e nessuna governance ( erano i tempi di Bassolino e dalle mie parti e gli intellettuali erano dove sappiamo. Intanto, il Male planetario stringeva le sue morse …)

        Altro che Veltroni e il cavaliere nero! Icona apocalittica, è stato scritto in giro e da molti. Ripeto: il tentativo – alle 3 della notte scorsa- era comunque di considerare ragioni interne alla scelta di Saviano. Continuo a considerare il giovane dal volto truce molto più complesso di quanto detrattori e fan pensino, e capace di – spero – smontare l’icona ( lui può ancora). Spero.

        ps
        detto questo è comunque evocativo: Sciascia/Andreotti – Saviano/Berlusconi.

  18. Andrea Cortellessa ha detto:

    @ Umberto
    Penso che lo sai quanto me. Non è che uno diventa “intellettuale” nel momento in cui scrive un articolo su una rivista (o commenta su un blog, se è per questo), e smette di esserlo quando fa una conferenza su un argomento specialistico, o una lezione all’università, o alla scuola media, o (se è per questo) una lezione privata per arrotondare. Neppure quando si limita a leggere il giornale e con un amico fa una battuta su un articolo. Non c’è un interruttore che si accende e si spegne. Se hai una certa tensione a leggere la contemporaneità come un sistema connesso, nel quale tutte queste singole attività – ciascuna coi suoi problemi specifici e le sue specifiche responsabilità – sono fra loro collegate, sei un “intellettuale”: grande o piccolo o microscopico in questo contesto non ha alcuna importanza. E dovrai dunque comportarti come tale. Il che non vorrà dire, ovviamente, che comincerai a tenere comizi invece che fare lezione (come sul serio pensa, invece, qualche funzionario ministeriale in quota Lega), ma che cercherai di trasmettere a chi ti ascolta la tua stessa visione interconnessa; eviterai di considerare e “trattare” le nozioni che impartisci come lettera morta, mero archivio inerte. Cercherai di attivare ogni parola che pronunci. Che tu lo faccia bene o male, lo giudicherà chi ti ascolta.
    Mi ricordo quando, son passati ormai quindici anni almeno, si discuteva di una delle parole d’ordine del perento Gruppo 93, «postmodernismo critico», e c’era qualche demagogo che – esattamente come – oggi protestava in nome del «pubblico» che si rischiava di perdere di vista, perché gli scrittori non devono scrivere «per i critici». Allora come oggi rispondevo che quello che si voleva, e si vuole, non è una platea indifferenziata né un’assemblea di critici bensì tanti «lettori critici», ciascuno dall’altro diverso irriducibilmente: dove nel primo sintagma il lessema è sostantivo, e nel secondo aggettivo.
    Ecco, oggi mi viene da dire la stessa cosa. Quello che dobbiamo cercare di realizzare, nei limiti della nostra sfera d’azione evidentemente, è una dimensione culturale nella quale sempre più persone siano «intellettuali» nel senso aggettivo – siano cioè in grado di attivare la propria funzione «intellettuale». Se il ruolo sociale dell'”intellettuale” sostantivo è evanescente e appannato (ma non estinto, come Inglese e io da diverse prospettive abbiamo provato a mostrare sulla rivista), la funzione antropologica e politica dell'”intellettuale” aggettivo, ai miei occhi, è non meno che vitale che permanga. E che anzi si diffonda sempre più – capillare come un virus.

  19. carmelo ha detto:

    mi dispiace dirlo, ma il fatto che gli intellettuali di sinistra perdano tempo a discutere, arrovellarsi, fare analisi complesse e sofisticate, e insomma fare le pulci a una persona che:
    nel degrado assoluto di una citta’ e di una regione asservita agli interessi della camorra e di politici ad essa contigui. Una terra inquinata, avvelenata, violentata
    ha avuto il coraggio, l’intelligenza, e la capacità di gridare forte la sua denuncia
    ha dimostrato che è possibile far giungere la propria voce persino al pubblico televisivo avvezzo a ben altri messaggi
    e, sono ben felice per lui, ne ha ricavato anche dei benefici economici…
    Questo fatto io proprio non lo capisco. E’ come se ci fosse un inconscio bisogno e aspirazione alla purezza rivoluzionaria, ad aver paura di restare contaminati nel contatto con i media “popolari” (che hanno cioè una grande audience di pubblico).
    Eppure, l’hai detto tu A.inglese, bisogna “esporsi” e rischiare la contaminazione, non solo nei confronti dell’altra parte ma anche della propria parte (come diceva Eco se ricordo bene).
    Oh no?, o si vuole fare di questa rivista un gioiello di purezza incontaminata, riservato al godimento di 100 o forse 1.000 o forse anche 10.000 persone (che sono niente di fronte a questo sfascio di questo paese del cazzo sempre piu’ cinico e volgare

    • paola ha detto:

      E allora ( Carmelo e tutti) ai tempi del volto di saviano ad ogni angolo di torino, su ogni bus e in ogni borsa ( la strada è stata la prima conquista visibile del volto di saviano) pensavo ad un racconto di Ortese non molto originale ma con una sua grazia: la ragazzina “cecata” che (finalmente) dotata di occhiali sviene perchè al posto della bellezza vede per la prima volta tutta la bruttezza che le sta intorno.
      Gli occhiali servivano ( rimettersi gli occhiali! Perchè innocenti come lo sguardo della bimba di Ortese non eravamo di certo. E il riferimento Ortese può essere fuorviante, mi rendo conto)

      sono un’italiana nata nel triangolo reso noto da Lancet (acerra-nola-marigliano). Campagne fertilissime e poco altro ancora. E’ chiaro che esiste un problema di controllo del territorio, di sicurezza per i cittadini eccetera eccetera.
      Ricordo le serate di inchiesta dei placidi torinesi: ma è proprio così da te? Mi sentivo in una pagina del Gattopardo quando un torinese un tantino fuori posto si spaventa ai racconti dei nativi …
      E ritornava un dato: nessuno dei miei amici – neppure i più colti e politicamente impegnati – sapevano una mazza delle mie zone. Le sartorie della vergogna e delle grandi firme – e i bravissimi sarti e sarte – non nascono dal nulla, per esempio. L’amore per il taglio, i tessuti – che Saviano ha raccontato – ha una tradizione e una storia che nessuno sembra mai aver raccontato/nominato nelle aule universitarie della mia città adottiva.
      Certo che citare Salvemini – forse – non sta bene. Non a questo punto, magari. Non qui.
      Ma le parole che usiamo sono importanti. Le immagini devono essere tragiche – con richiami al tragico che si avvicina? – anche quando non necessita? Le icone – possibili e positive come saviano – apocalittiche?

      Questa storia la conosciamo e ha una tradizione e parole e atteggiamenti e nomi di riferimento. Non mi sembra che porti bene né al paese né alla sinistra. Opinioni.

  20. andrea inglese ha detto:

    cara paola,

    mi sembra ora di cogliere meglio il senso del tuo discorso; e concordo con la complessità della figura di Saviano, e con l’esigenza di ragionarci sopra fuori dal ring schematico dei detrattori e dei fan.

    Quello di cui tu poi testimoni rispetto ai tuoi interlocutori torinesi, ignari e ignoranti di certe vicende del napoletano, mi sembra vada a sostegno ancora una volta dell’importanza civile e politica di “Gomorra”.

    L’argomento che alcuni detrattori campani usano nei confronti del libro di Saviano – “Ma si sapeva già tutto!” – è perlomeno falso per cio’ che riguarda il resto d’Italia. E qui sta il nodo forte. Il salto dalla cronaca locale alla visione globale (e di scala almeno nazionale).

  21. carmelo ha detto:

    “ma si sapeva già tutto”
    Non mi risulta che le università campane abbiano prodotto studi approfonditi sull’evoluzione del fenomeno camorristico negli ultimi anni.
    C’e’ voluto l’intervento di un ragazzo!.
    “ma si sapeva già tutto”
    è questo il punto. Come mai non c’e’ stata una mobilitazione civile della parte sana della campania ? come mai la gente si è accorta (ed è scesa in piazza) del terribile crimine dei rifiuti, dopo che ormai il territorio era già avvelenato.
    Come mai gli intellettuali di sinistra non hanno tuonato contro le istituzioni di sinistra che di fatto non solo non hanno fatto niente per contrastare le infiltrazion ie le connivenze con i politici, ma di fatto si sono adattate?
    L’unica cosa su cui dovrebbe far riflettere Saviano è l’impotenza, l’inadeguatezza e l’incapacità della società civile di organizzare un’azione di resistenza e di contrasto. Per non parlare degli intellettuali.
    Siamo proprio sicuri, che bastano generici appelli e generiche denuncie per poter assolvere a quel compito di cui in questi giorni si e’ dibattutto ?
    o non bisogna piuttosto, a partire da un’autonomia rivendicata senza esitazioni e riconquistata senza compromessi, essere disposti a mettere in gioco la propria carriera, i propri vantaggi, le proprie clientele e i propri padrini?
    Saviano e’ diventato un’eroe e laddove prosperano gli eroi sotto c’e’ del marcio

  22. carmelo ha detto:

    scusate ho dimenticato di dire una cosa importante!
    perche’ non chiedere a Saviano di intervenire al riguardo, visto che viene messo direttamente in causa?
    sarebbe corretto oltreche’ interessante

  23. alcor ha detto:

    «e mi chiedo anche se, per ritornare a porci il problema dell’egemonia, non sia meglio iniziare dalla fonte della stessa e non dai suoi sintomi, ovvero non dai media ma dalla merce (e quindi anche dai media come merce), dal capitale, dal mercato, dal lavoro, in modo che sia la politica a generare, concretamente, l’egemonia e non quest’ultima, in vetta ad un successo momentaneo, a proiettare il simulacro della prima.»

    concordo, la merce resta sempre ai margini, forse perché può sembrare che spinga verso un certo economicismo, mentre anche a mio avviso è centrale
    certo, dirlo è facile.

  24. paola ha detto:

    ( quasi OT – grazie a Roth)

    “C’erano otto, dieci, dodici famiglie di immigrati sparse in tutto down neck alle quali lou levov distribuiva le pelli e i suoi disegni, napoletani che avevano fatto i guantai nel loro paese […] Guardalo, Seymour … Tu sei davanti ad un genio e davanti ad un artista, Il tagliatore italiano, figliolo, è sempre più artistico nella sua concezione. E questo è il migliore di tutti. A volte c’erano delle polpette che friggevano nella padella, e lui si ricordava di uno dei tagliatori italiani, che diceva sempre, con aria soddisfatta: Che bellezza… che quando gli faceva una carezza sulla testa bionda, lo chiamavano “piccirillo”, […] e in ogni famiglia c’era sempre un nonno. Era lui che aveva fatto il vino e al quale lou levov diceva, in dialetto napoletano e con quello che riteneva il gesto appropriato, l’unica frase italiana completa del suo repertorio: – ‘Na mano lava n’ata, […]”
    Roth, Pastorale Americana ( pag. 223)

    Non solo sarti – anche guantai – usciti come d’incanto dalle pagine di Saviano (e Roth). Mani incredibilmente abili nelle creazioni di piccoli oggetti.

    Per uno strano caso della vita lessi Roth e i guantai napoletani a down neck tra polpette e nonni che fanno il vino ( pagine prima di tutto belle … per i miei gusti) mentre si commentava – sui giornali e sui blog napoletani- un articolo di Umberto Eco per lettori francesi ( Schifano/Saviano: amore, odio, repulsione, rispetto e lontananza, luoghi comuni e mille altre cose )

    Criminalité, illégalité, sainteté…Naples : enfer ou paradis ? ( U. Eco, giugno 2007, Nouvel obs)
    Non posso mettervi il link all’articolo di Eco ( non riesco a trovarlo su Nouvel obs.com) che è interessante anche per i toni e i richiami: ” Qui croire ? ” – scriveva Eco – a quale sguardo critico credere ? A quali immagini dare credito? E le sensibilità ed elaborazioni critiche che alimentano un immutabile immaginario su luoghi e persone? Nel caso di Saviano/Schifano ( e Umberto Eco) la situazione sembrava davvero ( letteralmente) imbarazzante.

    Per non intervenire due volte: @andrea
    avevo notato la tua foto usata nella rubrica settimanale( credo sia proprio tua la foto) di un “guerriero” di plastica con sguardo spiritato e armi spuntate ( di plastica). Un gadget ( si adatta alla riflessione sul “Cinismo” che riduce tutto eccetera eccetera … ma in fondo anche alle discussioni interminabili su Saviano)
    E però (appunto) una forzatura – come dire? – post-pasoliniana mi lascia incredula. Brevissima sul punto fondamentale.

    In ogni caso: grazie per l’ospitalità.

  25. andrea inglese ha detto:

    oh…
    alcor che piacere rivederti anche da queste parti…

  26. Alcor ha detto:

    ciao Andrea, sì, apprezzo l’apertura dei commenti, oltre che l’idea della rivista

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