Silvia Ballestra

Una sgradevole sensazione degli ultimissimi anni, un misto di inquietudine, frustrazione e angoscia da apnea, sta diffondendosi fra gli autori italiani, siano essi scrittori, giornalisti, registi, autori televisivi o di teatro. La sensazione che le buone idee, la qualità delle intuizioni, l’elaborazione teorica e la cura artigianale del lavoro non bastino più né a far emergere un testo – film, soggetto, pièce ecc. – né a garantirgli la minima possibilità di durevolezza. Qualità e durata sembrano anzi «le cose da non fare», inciampo e fastidio per la pianificazione delle uscite, o per le spese pubblicitarie da affrontare, o per la semplice gestione dell’incidente rappresentato da un successo imprevisto. Siamo al paradosso in cui la qualità sembra infastidire il commercio.

Non è solo il discorso generale di aria stantia in un paese bloccato da troppo tempo da una situazione politica tristemente nota, né possiamo ormai limitarci a elencare i danni cronici che arrivano da lontanissimo, come l’alfabetizzazione tardiva: ci sono stati anni in cui si leggeva pochissimo, o si leggeva poca narrativa, e però pure interi decenni in cui circolava solo saggistica, poi ci sono state stagioni più felici, annate d’oro fertilissime nella produzione culturale (personalmente ricordo con particolare felicità il 1994), poi nuove generazioni di registi e di nuovo, nei libri, qualche scuola, gruppo, ondata dagli Stati Uniti e via così.

Al momento però non ci troviamo solo in una pozza stagnante creata da una risacca malevola e casuale. Alcune tendenze emerse proprio a metà degli anni Novanta si acuiscono con particolare e mortifera virulenza. André Schiffrin nel suo Editoria senza editori (Bollati Boringhieri 2000) e nel successivo Il controllo della parola (2006) è stato il primo a spiegare i pericoli conseguenti ai processi delle grandi concentrazioni editoriali, e dunque del controllo della produzione culturale, che hanno decretato la morte di tanta editoria di cultura. Schiffrin ha esaminato la situazione francese e americana, ma certo un lungo brivido è corso per la schiena di noi italiani che soffriamo la più enorme concentrazione di potere editoriale, mediatico e politico che ci sia in giro per il pianeta. Comunque. I primi a essere colpiti dalla dittatura del mercato instaurata in ambito culturale – che richiede rendimenti immediati e produzione di performance sempre più competitive – sono stati quegli editori che non si sono attrezzati per tempo. Poi si è inevitabilmente arrivati a intaccare la diffusione, e la stessa sorte è toccata a molte librerie cosiddette indipendenti schiantate dall’arrivo delle grosse catene e dei supermarket che decidono spazi e tempi di permanenza di un titolo sugli scaffali, guidate ovviamente dalle sole leggi del mercato. Il paragone con multiplex e multisale capaci di uccidere ogni distribuzione indipendente e coraggiosa nell’ambito del cinema è evidente a tutti.

Sono leggi di mercato quelle che governano anche il lancio del prodotto libro: se è vero che è la televisione, oggi, il più potente mezzo per decretare la fortuna di un autore, è pure vero che la nostra televisione accoglie e ospita solo quelli che dominano le classifiche di vendita, così siamo di nuovo punto e a capo: un effetto volano per pochissimi, l’oblio per gli altri, un premio di maggioranza per chi è già maggioranza, l’eclissi totale per i prodotti meno mainstream o semplicemente più ambiziosi. Ora poi si arriva alla fonte stessa, all’origine nella scelta delle strategie da adottare in un’industria, ormai senza più alcuna remora, dichiaratamente votata all’entertainment. E qui il ricorso a termini inglesi, se possibile, si moltiplica: nelle aziende gli editor sono sempre più contigui all’ufficio marketing (un tempo si chiamava più laicamente «commerciale») che ha l’ultima parola su veste del libro, tirature, promozione dell’autore alla spasmodica ricerca del colpo che diventi bestseller. Esattamente come nel resto del mercato del lavoro, poi, quello che viene richiesto all’azienda – un incremento a due cifre del fatturato ogni anno – si riflette su tempi e modi di produzione dei singoli autori senza più tener conto di altro se non del precedente risultato ottenuto. Qualità? Ricerca? Sono nulla, l’unica domanda ammessa è: com’è andato il giro prima? Prenotazioni, promozione, strategia e tutto il resto sarà tarato non sul libro consegnato, ma sui risultati di quello precedente. Esattamente come nel resto del mercato del lavoro, sono più appetibili gli esordienti e non solo per motivi di appeal (freschezza, novità, caso e personaggio da inventare e costruire volta per volta lavorando su carta bianca) ma anche perché non hanno grosse pretese, vengono scelti e non viceversa, sono disposti a qualsiasi tour de force, insomma sono apprendisti con tutti i vantaggi che un contratto da apprendista implica per il datore di lavoro. Alla formazione, al lavoro di raffinazione e crescita di un autore si preferisce una più remunerativa «formattazione»: autori totalmente dipendenti da chi li stampa e li vende, incapaci di autonomia creativa, un’offerta plasmata in scala uno a uno sulla (presunta) esigenza della domanda. Quando poi un colpo va a segno, e scelgo non a caso un termine da slot-machine, con un sistema così congegnato, e in un paese già di suo tendente al volontario e più mansueto conformismo, la rendita sarà appagante e duratura: con un bassissimo investimento si possono ricavare profitti esaltanti. I grandi editori, protagonisti di questa politica di riduzione della qualità, infatti, non sono affatto in sofferenza, anzi i fatturati aumentano in modo direttamente proporzionale al diminuire dello spessore, della ricerca, della sperimentazione e a volte anche dell’accuratezza. Le curve degli incassi salgono parallele a quelle del conformismo, inventata e accettata l’equazione prodotto di massa uguale banalizzazione del contenuto, tutto si tiene anche una sciatteria editoriale impensabile solo qualche anno fa. Chi vende sembra soddisfatto. Chi compra, fatti salvi i lettori forti e consapevoli sempre meno importanti per il mercato, non ha voce se non il frusciare del bancomat alle casse. In mezzo, a pensare una resistenza da giapponesi nella giungla, resterebbero gli autori, ed è per questo, temo, che i nuovi buttati nella mischia sono opportunamente formattati alla bisogna. Cerchi, chi può, qualche speranza in questa macchina stritolante.

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6 Risposte a L’industria del libro di massa

  1. Francesco Palmieri ha detto:

    Un articolo interessante che per molti versi ritrae l’evidente o meglio il divenire dell’evidente (datarne l’origine? vanno bene gli anni Ottanta?). Potrà sembrare una contaminazione politica, ma non è un caso che la commercializzazione del “prodotto d’ingegno” -la scrittura- sia appena posteriore alla commercializzazione della TV… Il punto non è che la Mondadori, per citarne la più eclatante, sia diventata commerciale, il punto è che l’effetto trascinamento ha coivolto anche quelle Editrici che forse avevano i mezzi materiali e culturali per fare resistenza, fosse solo in nome della “coscienza media” dell’italiano medio (i valori etici fondamentali non son né possono essere commerciabili). La peste non è solo una patologia del corpo, e quella dell’anima non è meno pandemica…
    Il coraggio morale, la dignità culturale, ormai non possiamo più richiederli ai “giganti imprenditoriali”, stanno soltanto nell’animo e nel pensiero di singoli resistenti e solo su questi sommersi si può contare. Come scrisse E. Burke “Perché il male trionfi, è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione.”.
    Grazie.
    Francesco Palmieri

  2. Simone Ghelli ha detto:

    Non trovo giusto il paragone tra multisale e megastore del libro… Se è vero che nelle prime non arriva nessun film indipendente, nei secondi, magari con un po’ di fatica in più, si trova anche ciò che non è prettamente commerciale…

  3. Maurizio Marinelli ha detto:

    Noi piccoli editori ci salveremo se riusciremo a rimettere in connessione DIRETTAMENTE gli autori di qualità con i lettori e i buoni librai. Con i libri “on demand”, gli eBook e i consorzi di distribuzione. Il libro di qualità non è un prodotto di massa. All’editpria di qualità servirebbe un movimento come Slow Food per il cibo, con presidi e occasioni di promozione critica della qualità. Forse la ri-nascita di Alfabeta, sulle cui pagine mi sono formato ai tempi dell’università, sono il primo passo per togliere dal torpore culturale questo paese.
    Ho messo un banner nel nostro sito: http://www.baskerville.it
    Ciao e tenete duro. M.

  4. Romano A. Fiocchi ha detto:

    Mi permetto di riportare le parole illuminanti di un piccolo grande editore napoletano scomparso nel 2004. Si chiamava Gaetano Colonnese.
    “La società della globalizzazione appiattisce tutto, anche i libri. Esistono, per fortuna ancora oggi, dagli Appennini alle Ande, editori grandi e piccini di notevole progettualità culturale e senso estetico. Al contrario dei colossi, preoccupati soprattutto a confezionare scoop e bestseller, immessi sul mercato con estrema prepotenza, che sottraggono spazio ad altri libri che i lettori vorrebbero e farebbero bene a leggere. Tutto questo mette in pericolo non solo la cultura, ma anche la democrazia”.

  5. sergio vanello ha detto:

    Gentilissima dottoressa Silvia Ballestra,
    vorrei porle alcune domande sulle modalità di accesso alla pubblicazione di un romanzo inedito da parte di un autore sconosciuto alla sua prima esperienza che non voglia rivolgersi agli editori nati solo in funzione della pubblicazione per tutti a pagamento:
    1)Quando si parla di interesse dell’editoria per gli esordienti, s’intende comunque autori noti (figli di… amici di…) oppure, in teoria, anche la “casalinga di Voghera” potrebbe pubblicare l’inedito?
    2)I grandi editori (Mondadori, Rizzoli, Adelphi…) chiedono un contributo economico all’autore?
    3)Esistono autori che abbiano pubblicato con grossi editori utilizzando la modalità comune della semplice spedizione del manoscritto all’editore privo di lettera di raccomandazione?
    4)Insomma, il mondo dell’editoria italiana è una casta impenetrabile dove sono sempre i “soliti noti” ad emergere, oppure esiste ancora la possibilità (per uno scritto ritenuto valido) di accedere alla pubblicazione a costo zero per l’autore?
    5)E’ verosimile questa osservazione: l’autore scrive, l’editore stampa (a sue spese) e la libreria vende il libro. Le chiedo quest’ultima cosa perché ho saputo di editori che pretendono dall’autore l’acquisto delle proprie opere (!) e la vendita in proprio.
    Grazie per l’attenzione e complimenti per il suo scritto.
    SERGIO VANELLO

  6. carmelo ha detto:

    Per come la vedo, io l’industria editoriale mira a conquistare non già il lettore attento, capace di giudizio, sensibile ed esigente, ma il consumatore, un figura cioè spogliata di soggettività, mero oggetto-spugna , “target” ( parola che mi disgusta eppure tanto di moda) i cui bisogni e desideri e aspettative sono indotti e l’immaginario plasmato sollecitando i pruriti del basso ventre.
    All’industria editoriale, non servono autori necessariamente, il più delle volte, sono ingombranti comportano grossi investimenti e con essi le perdite in caso di “insuccesso”; all’industria piuttosto servono gli scribacchini, mestieranti, cioè, capaci di confezionare il prodotto giusto per il “target” giusto, utilizzando gli ingredienti che possano solleticare i pruriti e indurre a consumare quel prodotto.
    Invece di chiedersi perchè la televisione propina opere di “scarsa qualità”, bisognerebbe chiedersi perche’ stanno scomparendo i lettori

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