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Paolo Giovannetti

Che la poesia degli anni 2000 presenti una fisionomia contraddittoria, utilmente contraddittoria, a me sembra indiscutibile. Tanto per cominciare: fluidità e faziosità vi si uniscono in modo pressoché inestricabile. Non solo in poesia anything goes, secondo una procedura che più postmoderna non si può, ma anche gli scontri e le polemiche possono accendersi improvvisamente e in modo violentissimo; e le attribuzioni di valore possono assumere caratteristiche persino imbarazzanti per il loro tono engagé e iperbolico. Analogamente, chi vede nella poesia un medium, più che un genere o macrogenere, miracolosamente capace di riconciliarci con le verità metastoriche di un’espressione artistica incardinata sul nesso voce-corpo, convive con chi scetticamente considera la poesia non solo marginalizzata dal sistema dei media, ma in procinto di esaurirsi percorrendo un peraltro nobile e patetico viale del tramonto. E in modo forse più interessante: se da un lato è indubbio l’allargamento dell’area ‘non-poetica’, composta di centinaia di migliaia di dilettanti allo sbaraglio che per lo più da sé producono non-testi messi in circolazione inerzialmente grazie alle scorciatoie del digitale; dall’altro lato è altrettanto certo che mai come in questo momento, credo in tutta la storia delle patrie lettere, è stato possibile fare affidamento su una massa così ingente di giovani (soprattutto) e meno giovani poeti, coltissimi e consapevolissimi, che sanno perfettamente quello che fanno quando scrivono e propongono macchine poetiche spesso perfette. E infine: gli anni 2000 hanno visto la definitiva esplosione di una ‘poesia dal basso’, di una neo-poesia propiziata dai media elettrici ma soprattutto dalla digitalizzazione del suono; tutto ciò è stato indotto soprattutto dal fenomeno del rap, ma anche – da una decina d’anni a questa parte – dalla diffusione di un nuovo modo di concepire il testo di canzone nel dominio che solitamente si definisce indie.

È inevitabile che un simile quadro metta in difficoltà la critica. La sua (la nostra!) propensione alla sineddoche (la parte per il tutto: va da sé) è ampiamente spiegabile, anche se non giustificabile. Gli opposti di cui sopra ci spiazzano, non se ne scampa. Anche perché ogni posizione in gioco coglie qualcosa di importante. Persino il partito della «moltitudine poetante» ha le sue ragioni, rispettabili. Che cosa diventa il sistema poesia ereditato quando il suo zoccolo duro di consapevolezza è assediato da una massa di non-poeti che reclamano ascolto e spazio? i critici possono davvero fingere che un certo trash non lasci tracce nella loro percezione del poetico? possono bonificare un sistema inquinatissimo solo a colpi di indifferenza e presunzione? Pure certe semplificazioni del ‘partito’ dell’oralità ricevono un incoraggiamento nel momento in cui il fenomeno slam (oltre che quello rap) si impone con la forza del suo dilagare. Piaccia e non piaccia: la gente paga un biglietto per assistere alle esibizioni di Guido Catalano, e gli studiosi dovrebbero capirci qualcosa: spiegare questi fatti; e spiegarsi.

Appunto: assordato da troppe questioni, il critico oggi preferisce coltivare orticelli sicuri, sbilanciandosi a favore di un problema, di una regione del territorio, se non di una poetica o di una corrente. Avrà in questo modo il vantaggio di potersi specializzare, di approfondire un dominio più o meno limitato; ma perderà di vista la totalità. Potrà fingere di pronunciare la parola poesia con la certezza e l’incoscienza di affermare qualcosa di solido e duraturo, legittimato da un passato riconoscibile e in corsa verso un futuro, indifferentemente, di decadenza o di progresso. Ma molto spesso, così facendo, produrrà affermazioni distorte, se non proprio false.

Trascorrere da questi ragionamenti sui massimi sistemi a un discorso intorno ai cinque poeti selezionati può sembrare un’operazione leggermente grottesca. Tanta è la sproporzione tra ciò che si dovrebbe fare e quanto concretamente si realizza. Eppure, credo che la sineddoche qui proposta consenta di affrontare tre questioni, che replicano ad almeno una parte dei temi sopra enunciati. Mi riferisco: 1. al nodo decisivo della forma, con riguardo anche alla contrapposizione scrittura / oralità; 2. alla categoria dell’intermedialità e in particolare alla possibilità di interagire con il web; 3. all’orizzonte editoriale, al significato del pubblicare, del divenire pubblici: e quindi di trovare un pubblico.

Naturalmente, quando parliamo di forma, oggi, non ci riferiamo più a quanto consideravamo tale un tempo. Eppure, ben tre dei ‘miei’ cinque poeti sembrano essere molto preoccupati dalla metrica, intesa in un’accezione anche tradizionale. Ed è tradizionale innanzi tutto la scelta di Tommaso Di Dio, che peraltro non strizza mai l’occhio alle prassi del neometricismo. La sua personalissima e direi riconoscibilissima cifra ritmica sarebbe del tutto impensabile senza l’esistenza del verso di Vittorio Sereni, da Di Dio passato al vaglio di Milo De Angelis. Ne discende la capacità dissonante e sinuosa insieme di gestire l’enjambement, di praticare una fluidità discorsiva con effetti ‘associativi’ e ‘asindetici’, pur in un contesto in cui la scansione della sintassi è per lo più ineccepibile, anche dal punto di vista dell’interpunzione. Il fatto che l’endecasillabo, sempre presente, si slarghi o si riduca scalarmente produce l’impressione a volte davvero emozionante di una poesia-evento ben controllata nelle sue modulazioni. La materia del discorso (spesso è una fisicità tutta mentalizzata, una spazialità anche cittadina – Milano! – ricondotta ad astrazioni geometriche) è assecondata e al tempo stesso arginata. E ciò insomma configura l’esistenza di qualcosa come una nuova-antica poesia di pensiero.­

La cosa istruttiva è che il metricismo (anche in questo caso nient’affatto ‘neo’) di Italo Testa e Rita Filomeni si muove in direzioni del tutto diverse, fra loro oltre tutto quasi incompatibili. Nella sua poco più che decennale carriera poetica ‘pubblica’, Testa ha attraversato moltissime istituzioni metriche italiane, mostrando peraltro a più riprese una decisa simpatia, oltre che per il sonetto e la terzina, persino per la saffica o per la canzonetta settecentesca. In lui agisce un rovello metrico che lo ha portato nel poemetto I camminatori a modulare un verso a base endecasillabica decomposto in nuclei ritmici elementari, capaci di sonorizzare enigmaticamente una quasi onirica rappresentazione cittadina. Il punto, a me sembra, è che Testa ha un’idea radicalmente anticlassica del metro: per lui, esattamente all’opposto di Di Dio, è come se la forma ogni volta fosse portatrice di un valore non convenzionale. L’istituzione via via suggerita è l’occasionale fomento di un’avventura estetica coerente solo con se stessa, esaurita entro il cerchio del proprio esserci. Non per caso, sin dall’inizio della propria carriera Testa ha ecletticamente attinto all’arte contemporanea e insieme al rock, ma pure al linguaggio della Rete, per dar forma ai propri fantasmi mentali. Ma, anche qui, il ‘fantasma’ ha bisogno di una paradossale concretezza, di una sempre rinnovata declinazione tematica: ora è la percezione delle relazioni quotidiane, ora è il rapporto di coppia, ora è lo spazio-tempo dell’abitare, ora è la natura.

All’opposto, la metricità di Rita Filomeni è unidimensionale. Non ho notizia di altra forma da lei utilizzata che non sia il suo ‘sonetto’, o forse più esattamente micro-‘capitolo’ in terzine – di undici versi endecasillabi. Siamo di fronte a una forma contratta, proficuamente scapitozzata. Strumento per affrontare tematiche pubbliche, via via nominate ed esaurite apoditticamente (ed epiditticamente) nel suo brevissimo giro. Quello di Filomeni è un pensiero compresso che lascia sgocciolare sotto i nostri occhi stille densissime di indignazione, in una lingua incredibilmente ‘parlata’, demotica al limite del becerismo toscano e del solecismo.

Che Mariangela Guatteri e Michele Zaffarono vivano in un mondo poetico le mille miglia lontano da quest’ultimo, è fin troppo evidente. Questi due notevolissimi poeti installativi fanno della visività, della parola che si concettualizza in (e attraverso l’) immagine la propria cifra più riconoscibile. Ma le differenze tra le due ricerche sono enormi, a ben vedere. Se, grazie alla mediazione della natura, Guàtteri è arrivata con Tecniche di liberazione a una sintesi parola-immagine che tiene qualcosa della sapienzialità orientale, nel suo ricercato equilibrio fra parola e corpo; Zaffarano in Power Pose perviene a una grottesca gesticolazione linguistica per rapporto a ciò che le parole vorrebbero (o potrebbero) fare, e la realizza lavorando sui lapsus, sulle scivolate spesso comiche di ogni postura regolativa, definitoria. Ma il ragionamento potrebbe essere rovesciato: ed è lecito scoprire dalla parte di Zaffarano un vero amore per la parola impropria, per l’errore saporosamente impertinente; e dalla parte di Guàtteri, l’irrimediabile separazione tra vedere e udire, l’inconciliabilità dei linguaggi, in un’epoca di inter- e trans- medialità esibite.

E siamo al secondo punto. Fare poesia, oggi, significa collocarsi dentro un sistema mediale che negli ultimi quasi trent’anni è talmente mutato da rappresentare qualcosa di completamente nuovo rispetto a un passato di millenni di scritture ‘solide’. In un mondo digitale che ha dematerializzato la letteratura, poesia compresa, qual è la risposta possibile? Almeno tre autori su cinque – Testa, Guatteri, Zaffarano – non hanno dubbi: il dialogo con le altre arti, figurative innanzi tutto, è la via d’uscita che consente alla poesia di annettersi nuovi territori. Con una differenza, peraltro decisiva: quella di Testa è un’operazione intermediale, nel senso che la poesia dialoga con l’altro da sé dicendolo, alludendolo, lasciandolo perciò fuori dal proprio perimetro; Guàtteri e Zaffarano permettono che l’immagine irrompa nel testo e, almeno un po’, lo metta in crisi. Nel senso, ormai quasi canonico, che la parola può reificarsi in una forma meno semantica che iconica. Ma soprattutto, direi, nell’invito a pensare la poesia come un evento totale, in cui le parole sono importanti sì, ma c’è sempre dell’altro in gioco. E il gioco, adesso, è sapersi nodi forse insignificanti di una rete che ci euforizza e annulla a un tempo.

All’opposto, Di Dio e Filomeni si collocano in una specie di, esibita e orgogliosa, intermedialità-zero. Il loro lavorare dentro l’istituzione letteraria, assecondando due grandi tradizioni (quella petrarchista, diciamo, e quella jacoponico-dantesca), sembra essere la più evidente risposta a un sistema che ci vorrebbe tutti fluidi. Scardinare l’acqua è il titolo dell’unica vera raccolta di Rita Filomeni; e si è tentati di dire che oggi pensare la poesia in versi più o meno naturalmente tradizionali significa porsi un compito forse utopico: quello di resistere in un altrove ormai inverificabile. Forse, solo la lucidità di questi poeti così bravi e coraggiosi (ma insomma, se andate a dare un’occhiata alla selezione di Gianmario Villalta, troverete altri esempi perspicui) consente loro di incidere dentro un gioco di relazioni che finge ossequio alla poesia ma poi la lascia sopravvivere nelle riserve indiane (o zoo) di Facebook e Instagram.

Che una verità minima in quello che ho detto (siamo al terzo punto) esista, forse lo conferma un dato per lo meno curioso. Di Dio e Filomeni, più ‘tradizionali’, sono i poeti che con maggior fatica hanno trovato veri sbocchi editoriali; gli altri tre, Testa con maggior fortuna, hanno incontrato negli anni case editrici, più o meno marginali, che hanno ospitato i loro scritti con una certa convinzione. Non è un paradosso: le posizioni più ‘radicali’ comportano una maggior propensione all’auto-organizzazione, alla fondazione di collane autoprodotte, oltre che di ambiti di condivisione in Rete. Chi si colloca in un (forse illusorio) spazio istituzionale scopre meglio il vuoto di senso che contorna il poetico oggi, se lo si guarda attraverso la specola dell’ufficialità. Chi come Testa negozia gli estremi trae da questa problematica sospensione i migliori (peraltro modestissimi) benefici.

Un fatto è certo, comunque: quell’anacronismo che è, oggi, il libro cartaceo di poesia sta acquisendo una nuova autorevolezza ‘installativa’. La sua specificità viene inaspettatamente rilanciata, appunto perché il vecchio impaginato cartaceo non può non essere letto sullo sfondo di un sistema mediale. Qui, l’oggetto libro non è un residuo del passato, ma la prefigurazione di un diverso modo di pensare la scrittura, e quindi la poesia. E che proprio da una simile acquisizione – dal concettualismo necessario del poetico d’oggi, dal suo farsi allegoria di un ‘innaturale’ crocevia mediale – possa irradiarsi una diversa consapevolezza, una nuova soggettività, è una delle ragioni che rendono sempre più necessaria quella cosa detta poesia.

Tommaso Di Dio

Tommaso Di Dio (Milano, 1982), vive e lavora a Milano. È autore delle raccolte Favole (Transeuropa, 2009), Tua e di tutti (LietoColle-pordenonelegge.it, 2014); e delle plaquette Per il lavoro del principio (Ospedale sant’Orsola di Bologna, 2015), Alla fine delle favole (Origini, 2017). È di prossima pubblicazione, per Effigie, la sua traduzione di La primavera e tutto il resto di W. C. Williams. Nel 2018 è stato tra i fondatori del progetto di poesia e arte Ultima, per cui ha pubblicato la breve raccolta World Wide Whatsapp crash (www.ultimaspazio.com). Nell’autunno 2019 uscirà il suo prossimo libro di poesia, per l’editore Interlinea.

favola

Gli operai fuori di casa mia
scavano. Hanno le tute arancio e sono tanti
intorno alla buca. Di giorno tu
mi dici che mancano i colori, che bisogna fare
ridere la gente. Loro scavano. La buca è grande quanto
possa bastare all’intubazione
dei cavi e dei condotti nella terra. Prendi le cose tu
le metti alle labbra perché possa
passare una forma di calore. Hanno le macchine, si muovono
intorno alla buca. Prendi questa cosa
dura che germina sulla mia bocca, prendila. Loro
scavano. Apri la bocca tua e la lingua
cancelli ogni nome. Rimanga questo di noi
segno muto. Amore. Che scavano.

da Favole, 2009

*

La città che splende. La notte.
Il vuoto le strade. Gli angoli scavalcati
dal fiato corto le poche
donne sui marciapiedi e sembra tutto catrame
questo tempo, senza rimedio
senza soccorso. Ma poi alti
sono gli uomini che dormono sui prati
e le pietre delle fontane, slabbrate
sono piene di muschi foglie ombre ed è notte però
il vuoto, le strade. Lingua morta
che nelle cose vive alberghi e lasci
la tua crepa come uno stigma; fa' che io possa
mettere la testa tutta dentro
che io vi spinga
battendo reni cosce e petto un pugno
di gioia terrena.

*

Ritornano
nella forma; a milioni. Nella mano.
Nell'intenzione. Nell'ansia che fu luce
chiara e di un abbaglio
sprigionato dal gesto. La città; la sera la notte
per tutte le strade. E se
questo scrivere buio inverno è guardarsi, e non
semplice morire di più. I muri, poi
le stanze. Aprirle; toccare
la corteccia e l'abbraccio, di sbieco
gettarsi di spalle senza faccia e nudo. Dimmi dove
qualcosa nasce. Dimmi cosa
sei; dimostrati
quel suono totale pietra viva basalto nella voce di chi
io ho perduto.

da Tua e di tutti, 2014

*

Eccolo. Si slarga, insensato
nel fogliame e nelle nuvole. Insensato
come l'acqua sporca sul granito delle strade.
Invece, il sole poi torna; e le mattonelle
si scaldano. Sto qui
mezzo scemo dal lavoro e dalle contratte
forze a dismisura intorno ai fuochi verdissimi
degli alberi d'aprile. Mentre tavolini
mentre parole, mentre passaggi
mentre qualcosa rimane, ma non so
dove, non so come. E si slarga. Settecento.
Forse, novecento cinquanta
corpi d'uomini e donne. Di notte
nella paura prendono il largo, schiacciano
vanno

come sei bello, aprile; bello
sporco di sangue e lucido
come un maiale.

Da Alla fine delle favole, 2017

Rita Filomeni

Rita Filomeni (Torino, 1975) vive a Firenze. Ha pubblicato Scardinare l’acqua (LietoColle, 2011), il quarto chiodo, in «Incroci», 27, 2013. È autrice e regista di Uomini paralleli. Lampo di teatro in tre quadri (Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, aprile 2016). Sue poesie sono apparse sul «Corriere della Sera», «Incroci» e «Il Verri», online su «Nazione Indiana».

. ricordi

   a due, tre libri ‘mpilati cavalcioni

come s’a ‘n pony sopra ci montavo,
e la voce mia davo a fatina ‘n pezza
stretta a ‘l buio per allentar sue dita

bell’e finita a quattr’anni mammina,
sempr’in collo fratello e cicciobello
strabico, da ‘n occhio, lo stesso mio

e col gesso a ‘l sarto univo stelle, io
vestivo alla nonna, ‘l collo di volpe; 
campa chi sol sé cuce e suoi ricordi

coll’acqua che via, si porta le colpe

. scale

   ‘mpiegata capocazzi, capoufficio, 

a mille euro precario è chiodo fisso,
escort, poi ministra di ‘sta minestra
d’acqua unta, che passa il convento 

sì sue scale, ciascuno al meglio sale
su la testa a quei che lì, ci inciampa
nel scansare formica schiena a pane

e c’è di più, è il logosgomito ‘n tivù
cui vita si confessa e a scioglilingua, 
è com’un tanfo che ti piglia il cuore:

valà! che tra tanti ancor è ‘l minore!

Da Scardinare l’acqua, 2011

. spurgatorio

  ricordano ‘n un secchio le lumache

ammucchiate e a spurgare, i detenuti,
ciascuno come può suo fa ‘l padrone
all’altro, che rilancia, e affila ‘l fiato

prender o lasciare tertium non datur,
un contro a gl’altri o con i secondini
si gioca, a torto o a diritto, allo stato

ci vive ‘n tal fascio di loglio e grano
‘n cappellano senz’armi né mestiere,
prega dio sciolga nodo all’impiccato

cui piove ‘n testa, dall’ultimo piano

. il prestigiatore

  luna piena, oh! si sfila alla tasca,

la dà a un cieco con un fil di spago
‘n parti uguali la tagli a uguali tutti,
ciascuno suo boccone abbia di luce

mazzetto di stecchi, ne fa un campo
a spighe ‘n sentieri tra cui lì cercare
al fiato un dell’altro ‘n po’ d’amore

e castagne bruciate, voilà! son mani
di scorta per chi giusto è inchiodato,
per il diverso ch’all’uscita di scuola

preso a sassate, non dice una parola

Da Il quarto chiodo, 2013

. asinella

   ehi tu asinella per chi ti fai bella,

che ossa hai in bocca a farne versi
e di tre in tre, un poco all’alighieri   
ordisci, trami, cuci ‘l postmoderno

tu che vivi nelle crepe, ai crepacci,                
e ti chiami argo sì da i cento occhi
e sfidi e il sonno e la città e la vita

ma quale vita e qual poesia, verità
si deforma nella lingua che strazia
con strazi ghiotti e cazzi, le parole

son corpi esposti senz’alcuna pietà

Inedito

Mariangela Guàtteri

Mariangela Guàtteri (Reggio Emilia, 1963) è co-curatrice della collana bilingue di prosa e poesia Benway Series, fa parte della redazione di «GAMMM» e scrive su «L’immaginazione». Ha progettato la galleria d’arte più piccola del mondo, Pubblico/Privato, per installazioni site-specific. Nel 2011 ha vinto il Premio Lorenzo Montano con la raccoltaStati d’assedio (Anterem). Il suo più recente libro poetico è Tecniche di liberazione (Tielleci, 2017). Tra le sue pubblicazioni: Il secondo nome (Arcipelago, 2012);Figurina enigmistica (IkonaLíber, 2013); La connaissance de l’espace / La conoscenza dello spazio (Tielleci, 2014); Tavola delle materie / Πίνακας των υλικών (Tielleci, 2018).

<Mimetica>

cova la sua ombra nella fossa
[l’ologramma di uno scudo]
fa dei gruppi coi resti coi grani
[i nodi di un percorso]
strategie di punti
scie illuminanti

scansiona il territorio
da sotto le crepe
[a volte topo]
[a volte polimorfo]
in mimesi completa
[pare morto]

circoscrive un’ossessione
[l’obiettivo primario]
la cresce la nutre
e divide
lo spazio in due luoghi
il dentro dal fuori

permane nella fossa
[un sopravvissuto]
è un cadavere sformato1
è un’arma orizzontale2
è uno zero
un pensiero assoluto
1 “S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile,
in balìa del più vile sopravvissuto”, Alessandro Manzoni,
I promessi sposi .
2 Con rif. al linguaggio balistico: sparare a zero (o far fuoco
con l’arma orizzontale) nelle situazioni in cui il bersaglio è
ravvicinato.

Da Stati di assedio, 2011

   Figura 7. La famiglia dei serventi

    Gli uomini hanno una divisa. Le donne una sopraveste.
    La libertà è subordinata a una certa legge e disciplina.
    I letti sono tutti di noce col saccone alto, la coperta a dadi bianchi
e turchini.

    Camere di forza, letti di forza, bagnarole di forza, pettorali, guanti,
cinturoni, muscoliere, collari.

    Un’ultima ripulita di questi arnesi nell’alto di una parete a forma
di bassorilievo.

    Parentesi d’ombra

    Confitti in camicia, incamiciolati.
    Una redenzione.
    Nei giusti limiti il sistema della libertà e della fiducia,

    Camere tutte lucide veramente aereate, in mezzo ai prati, ai campi.
    Sono tutti liberi, sciolti.

Da Casino Connolly, in Ex.it. Materiali fuori contesto. Albinea 2013, a cura di Mariangelela Guàtteri e Michele Zaffarano, Parma, Tielleci, 2013

––––––––

Da Tecniche di liberazione, 2017

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), poeta, saggista e critico, vive a Milano. Tra i suoi libri di poesia: Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004), Biometrie (Manni, 2005), Canti ostili (Lietocolle, 2007), La divisione della gioia (Transeuropa, 2010),I camminatori (Premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013),Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018). Direttore della rivista di poesia, arti e scritture, «L’Ulisse», è cordinatore del lit-blogleparoleelecose. Cura presso l’accademia di Brera il laboratorio da>verso, dedicato all’interazione tra linguaggi multimediali e arte contemporanea. Insegna filosofia teoretica e teoria critica all’Università di Parma.

questo, che tu vedi

questo, che tu vedi, corpo che giace
tra due corpi, questo sono io, che tu
vedi, non importa come il corpo
si muova, dove abbia luogo la scena
come ombra nel vano degli occhi
come scena sul linoleum verde
questo, è un corpo che cede, opaco
s’adegua alla pressione degli arti,
s’inoltra nella cecità terrestre,
questo, riflesso in sillabe è il mio volto
su cui si alternano, sconnesse, altre
membra, a due a due deformano
l’impronta, il bordo che ti contiene,
questi due corpi, che tu ora vedi,
da entrambi i lati con moti divergenti,
freddi lambiscono i confini, i profili
svuotano di me, ammasso di vene
irretito nel battito sordo degli arti,
cono deforme che sul linoleum
striscia, intaglia ombre alle pareti
percorse da carne bianca e remota.

Da Biometrie, 2005

binario 13


le spianate che in sonno vedevo
e dove ritrovavo chi ero stato
salendo alla luce dalle scale
       a bologna, in stazione

la pensilina già semidisfatta
dietro alle reti di protezione
vibrava sotto i colpi delle ruspe
       e a blocchi cadeva

il binario da dove ripartivo
ogni volta sfuggendo ai tuoi occhi
scompariva sotto i calcinacci
       e in sogno riviveva

l’armatura scoperta del cemento
e il groviglio rugginoso dei tiranti
come un reticolo di vene monche
       slacciate nell’aria

mandava un lampo intermittente
nel crepuscolo di giugno, sui vetri
del treno un’efflorescenza di sale
       abbagliava il mio male.

Da La divisione della gioia, 2010

non ero io

1. non ero io, non vedi, in quella folla, non erano le mie mani, a toccarsi, non erano le mani, soprattutto questo, dico ancora una volta, soprattutto questo, e non riuscivo a trattenerle, tutte quelle immagini, a destra e a sinistra, la pressione che monta, non ero io, torno a dirti, non l’avrei fatto, non mi sarei spinto dentro, non è così? non sono sempre stato questo, quello che conosci, con gli occhi chiusi, la testa un po’ piegata, non potevo proprio essere io, a trascinare i piedi, ad avanzare, perché questo conta, maledettamente, questo conta sempre, chi ha fatto cosa, chi si è girato e ha risposto, chi ha preso la pietra, l’ha rigirata tra le dita, anche quella volta, non potevo esserlo, con la ciocca insanguinata, la tempia destra sul selciato, non ero io, non potevo proprio esserlo, che cosa c’entravo, nel parcheggio vuoto, dietro il distributore, che ci stavo a fare, no, credimi, non ero io

Da Tutto accade ovunque, 2016

Luce d’ailanto
# 1

ailanti, alle vostre falci piego il capo,
a voi, ovunque arborescenti, ailanti
nel brillio del mattino mi consegno:
vi lascio correre sui bordi incolti
dietro le massicciate, addosso ai muri:
e nel trapestio dei pensieri, infestanti
mi confondete ai fiori, miei ailanti

Da L’indifferenza naturale, 2018

Michele Zaffarano (Milano, 1970), traduttore dal francese, libraio. Tra le sue pubblicazioni: Bianca come neve (La Camera Verde, 2009), Wunderkammer (in Prosa in prosa, Le Lettere, 2009),Cinque testi tra cui gli alberi (più uno) (Benway Series, 2013), Paragrafi sull’armonia (ikonaLíber, 2014), Todestrieb (Arcipelago, 2015), La vita, la teoria e le buche (Oèdipus, 2015), Power Pose (Il Verri, 2017), Sommario dei luoghi comuni (Aragno, 2019). Fondatore del sito gammm.org., fondatore e direttore della collana ChapBooks (Tic Edizioni) e della collana Benway Series (Tielleci Editore), redattore della rivista «Nioques».

1

Partiamo dalla congettura che quel che sta dietro sia meglio di quel che passa attraverso. Che l’atto di lettura nient’altro sia che un consumare, un cancellare quel che è stato in prima scritto, un filtrare nutrimenti che in fine non nutrono, un eterno barcollare da trama a trama, da brama a brama, o da brama a voluttà. E nella voluttà il cervello, la sete di brama lo consuma, il cervelletto, e ripercorre. Sta pure scritto: «Traditur fugam in Oceani longinqua agitavisse». Ed ecco, sull’arteria, e poi all’interno del cranio, senza desiderio. Se questa pulsione a chiudere non è l’inizio, cosa manca alla parola? E dove pausa? Tu vaglia: la vena femorale, le sacche vuotate dal liquido sanguigno, i tessuti dove si allargano, le parti singole dei tessuti, i polpastrelli, dalla scatola cranica fino all’encefalo, a tuo gradimento. La parola si produrrà come fading, non è l’inizio e non è la fine, non si dà a leggere per quel che è, si dice che sembra, che pare, e vuol dire che l’esser letta, l’esser detti, è incartamento che mai si completa. Ma occorre pur dire qualcosa, qualcosa bisogna che possa ripetersi a che non vi sia più inizio, a che non vi sia più fine. Il fantasma parla: dalla nuca alla fronte, di traverso, da dietro in avanti, da dietro fin dentro i bulbi oculari, da dentro, da destra: è una torsione impossibile del braccio, del polso: è il verso della ragione frontale.

Da Wunderkammer, ovvero come ho imparato a leggere, 2009

stampini del rimprovero mensile, in cui il lavoro
sull’alluminio del soldato (…), nei regni del deserto,
da cui proviene, in agosto, al 21, da quello
del soldato (…), di quei soldati (…) sparisce ignorato

dall’intera massa delle sue caratterizzazioni
orizzontali con l’acqua ragia, con il rechazamiento
che ha già subìto, e che modifica la scala del soldato
(…) sotto determinate condizioni dell’uomo (…)

nato simile (all’estremità, sul litorale buono),
offre perlomeno la parte automatica di sinistra,
la sottomissione ai SISTEMI DI CONTROLLO

di questo programma, alla fine viene senza,
senza afflizioni attorno, a distanza dalla montagna,
dall’uomo, da quella del soldato (…), dalla Spagna

Da La vita, la teoria e le buche (2003-2013), 2015

Sono anche nella conoscenza
delle mie interferenze di me
dei miei smacchi di me
della mia coscienza di me
della mia autostima di me
della mia autostima di me viene
da lontano
da direttamente lontano.
Sono anche nella conoscenza del fatto
che è necessario
che io sviluppo la mia coscienza
la mia sicurezza di me
che io esprimo il disaccordo
nella maniera della serenità
che io porto avanti i miei piani
i miei piani di me
richiedenti la modifica
di come mi comporto
richiedenti la modifica
sposta da fuori del luogo
da nell’offesa
a nella maniera del propositivo
nella maniera del costruttivo
nella maniera del positivo.

So la maniera allo scopo della gestione
dei rapporti interpersonali di me
imparo con la pratica
miglioro con la pratica.
Possiedo il comportamento
della partecipazione
possiedo l’atteggiamento
della responsabilità
della fiducia verso di me me
possiedo la partecipazione
della fiducia verso degli altri da me.
Affermo i miei diritti di me
riconosco i diritti
anche degli altri da me
non affermo il giudizio
sopra le situazioni
non affermo il giudizio
sopra le persone.
Comunico
nella maniera della chiarezza
nella maniera del direttamente
nella maniera del non aggressivo.

Da Power pose, 2017

Modernismo islamico

Claudio Canal

Una dozzina d’anni fa aveva pubblicato un libro sul filosofo tedesco Gottlob Frege, Everest del pensiero logico, con il sottotitolo Cos’è pensare? Il primo dicembre scorso l’Università di Thiès in Senegal ha accolto il nuovo rettore, già docente di filosofia all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar: cioè Ramatoulaye Diagne Mbengue, autrice del libro citato. La prima donna in Senegal ad essere rettore/rettrice/rettora. Un po’ impacciato dalla linguistica de.genere, scelgo rettora e constato che nel paese africano su cinque università pubbliche, una è guidata da una donna, in Italia sei rettore su 82 università pubbliche. Leggi tutto “Modernismo islamico”

Tradurre il mondo

Luigi Marfè

Un uomo giapponese, in vacanza in Marocco, regala un fucile alla sua guida, che lo vende a un pastore, che lo presta ai figli; uno di loro spara verso un pullman e colpisce una turista americana in vacanza con il marito, i cui figli, a loro volta, rimasti in California, sono portati dalla governante messicana a una festa di matrimonio, oltre il confine, e al ritorno, per evitare la polizia, finiscono a vagabondare nel deserto… La storia che Alejandro González Iñárritu racconta in Babel (2006) è un’istantanea del presente, che rappresenta la trama di relazioni che si intrecciano, a livello globale, tra gli spazi della modernità. Leggi tutto “Tradurre il mondo”