Il risveglio della Catalogna rurale

G.B. Zorzoli

Il voto catalano come la Brexit. Contrariamente alle attese, hanno prevalso le liste degli indipendentisti, che conquistano la maggioranza assoluta dei seggi (70), ma non quella dei voti. Primo partito la destra pro-Madrid dei Ciudatanas, con circa un quarto dei suffragi e 37 seggi. Di nuovo contraddicendo le previsioni, tra gli indipendentisti l’Esquerra Republicana de Catalunya è stata superata dal partito democratico europeo catalano, con un po’ di buona volontà definibile “centrista”, per anni asse di governi caratterizzati da politiche di drastici tagli ai servizi sociali e da frequenti episodi di corruzione. Sul risultato non ha influito a sufficienza nemmeno il confronto tra l’atteggiamento del leader dell’Esquerra Oriol Junqueras, sottoposto al carcere duro, e di Carles Puigdemont, scappato a Bruxelles per evitare l’arresto. Il partito anticapitalista CUP si è dovuto accontentare di quattro seggi, solo uno in più del partito popolare, che ha pagato il prezzo delle manganellate e del sangue sparso il primo ottobre, e della successiva repressione.

L’elevata affluenza alle urne (84% degli aventi diritto), un risultato eccezionale rispetto agli attuali standard europei, è in buona misura dovuta al risveglio elettorale della Catalogna rurale, la cui prevalente grettezza e chiusura alle novità si è aggiunta al voto, tradizionalmente moderato, di parte della piccola e media borghesia della capitale, nel pesare non poco sull’esito elettorale, connotato quindi da una forte componente sovranista. Come nel caso britannico, e ancor prima durante la “primavera araba”, si sono erroneamente identificate le opinioni dominanti nelle capitali con quelle maggioritarie nel resto dei paesi. Salvo poi stupirsi per la vittoria della Brexit, dei Fratelli Musulmani, degli indipendentisti catalani (anche loro con prevalenza della linea conservatrice). E considerazioni analoghe valgono per la vittoria di Trump.

In realtà l’unico fattore unificante i singoli eventi è il prevalere di forme di ribellione a situazioni di insopportabili diseguaglianze economiche e sociali, che rappresentano la versione aggiornata al ventunesimo secolo (definita populismo o sovranismo) delle antiche jacqueries contadine: prive di concrete proposte alternative, si limitavano a distruggere i registri catastali o fiscali, a danneggiare persone e cose, identificate come il Nemico. Anche in Catalogna, le profonde divisioni tra i partiti indipendentisti, tutti – anche il troppo mitizzato CUP – privi di programmi politici in grado di contrapporsi al capitalismo finanziario, rendono precaria qualsiasi intesa che, oltre tutto, dovrebbe fare i conti con un paese spaccato in due e con quasi la metà che appoggia la politica di Madrid.

Di fronte all’ennesimo riflesso della crisi in cui versa l’Europa (ma in materia anche gli USA non scherzano), sostituire, come ha fatto Bifo, un astratto ottimismo della ragione al pessimismo di gramsciana memoria, rischia di aumentare le delusioni provocate dalla dura realtà dei fatti e, di conseguenza, il pessimismo della volontà.

Non esistono alternative rispetto a una lunga marcia, della quale non sono ancora chiari né gli obiettivi, né i mezzi richiesti per superare gli ostacoli che si incontreranno strada facendo. E non si fa un passo in avanti in questa direzione, se innanzi tutto non cerchiamo di evitare che la crisi europea si concluda con il cadavere dell’UE. La sfida la si vince solo superando gli angusti confini delle piccole patrie e, per quanto malconcia, l’Unione europea è l’unico terreno sufficientemente esteso a nostra disposizione.

Barcellona in dicembre

Franco Berardi Bifo

Da mesi El pais è impegnato in una campagna di difesa del centralismo nazionale spagnolo che paradossalmente viene disegnato come un baluardo contro il nazionalismo catalano, come se il nazionalismo fosse un buon antidoto contro il nazionalismo. Negli ultimi giorni poi l’offensiva si è fatta assordante, insieme alle previsioni di una definitiva umiliazione degli indipendentisti. Il 17 dicembre un articolo di Mario Vargas Llosa critica le radici del nazionalismo, con motivazioni naturalmente ben fondate. Come non convenire con lui che il nazionalismo esalta i valori dell’istinto irrazionale contro la razionalità e la democrazia? 

Il problema è che parlando di nazionalismo si capisce poco di quel che succede a Barcellona (e, sia pure in maniera più complessa) nella Catalogna in generale. Barcellona è una città cosmopolita, libertaria, internazionalista: un nodo della rete sociale deterritorializzata del lavoro precario e cognitivo.

Vargas Llosa ridicolizza l’idea che il movimento indipendentista catalano possa definirsi come movimento anti-coloniale. Ma come? si chiede, da quando in qua l’area economicamente più ricca può essere considerata colonia di un paese più povero? Il problema è che Vargas Llosa, come quasi tutti, crede che il problema sia nel conflitto tra Barcellona e Madrid. Questa visione è misera; non capiamo l’attuale sollevazione indipendentista se non teniamo conto del fatto che il vero nemico di Barcellona non è lo Stato Spagnolo, ma il sistema bancario europeo. E’ il sistema finanziario globale, infatti, che esercita il suo dominio colonialista nei confronti della società catalana come di ogni altro paese europeo. In questo senso il movimento indipendentista catalano è anti-coloniale. L’attuale rivolta indipendentista infatti comincia nel 2011, dopo l’esplosione dell’acampada contro lo sfruttamento finanziario, quando ci si rese conto del fatto che la protesta democratica non serve a niente perché la controparte non è democratica, ma assolutista ed astratta: il sistema bancario globale.

Quel che è mancato durante questi mesi di intensissima attivazione delle energie sociali e di enorme mobilitazione è l’intelligenza autonoma, la capacità di comprendere dinamicamente la rivolta indipendentista, con tutte le ambiguità e i pericoli di nazionalismo che un movimento indipendentista porta con sé. 

E’ mancato il coraggio di fare della battaglia di Barcellona il punto di inizio di un processo di delegittimazione generalizzata della dittatura finanziaria europea. I franchisti di Madrid non sono altro che gli esattori della dittatura finanziaria, anche se svolgono il loro compito con particolare tracotanza.

Sia sovranisti che anti-sovranisti hanno frainteso il movimento che occupò la città il primo ottobre. 

I sovranisti catalani, in particolare il partito di Mas e Pudgemont si sono comportati con evidente malafede e strumentalità: proprio loro, che nel 2011 imposero il diktat finanziario e il Fiscal Compact, in seguito hanno sfruttato il malcontento generato dalla imposizione finanzista, per speculare elettoralmente.

Ma il movimento indipendentista che si è manifestato negli ultimi mesi non si può affatto ridurre alla sua rappresentanza politica, e soprattutto non si può identificare con una posizione di tipo nazionalista. Molti nella sinistra critica e nello stesso movimento autonomo, hanno assunto una posizione di totale estraneità e disprezzo per l’indipendentismo catalano. Le posizioni assunte da compagni come Carlos Prieto del Campo e tanti altri sono la prova del fatto che abbiamo perduto l’orecchio per le dinamiche di movimento reale. E’ inutile criticare il referendum del primo ottobre sulla base di motivazioni giuridiche e politiciste. E’ sbagliato identificare il movimento indipendentista catalano come nazionalista. Significa ignorare la dinamica interna di questo movimento, e soprattutto ignorare le potenzialità anticapitaliste che un movimento come questo può scatenare.

Certo, l’indipendentismo catalano è ambiguo, ma quale movimento emergente non lo è?

Non è forse compito delle avanguardie culturali e politiche misurarsi con quella complessità che i movimenti contengono per svolgerne le potenzialità autonome? 

Ora il fronte nazionalista spagnolo si prepara a vincere le elezioni del 21 dicembre. Io spero che non le vinca, ma è probabile che invece questo accada, e sarà l’ennesima prova del fatto che le tenebre stanno scendendo sul continente europeo e la depressione prevarrà anche nell’ultima città non depressa del continente. L’Unione europea porta depressione come la nube porta la tempesta, per parafrasare Lenin che non c’entra niente.

Una delle poche città in cui esisteva un sentimento di solidarietà sociale rischia di essere calpestata dagli stivali del franchista Rajoy e dei suoi leccaculo socialisti e ciudadani. 

Quel che ben pochi hanno colto è la continuità del primo ottobre con l’acampada del 15M, e con l’ondata di lotte che oppose la società all’assolutismo finanziario europeo. 

Amador Savater lo ha detto nel suo articolo  Lo que tapan las banderas. L’europeismo degli anti-sovranisti, ripete una litania che in questo contesto puzza di collaborazionismo, mi dispiace dirlo. Certo, il crollo dell’Unione europea sarebbe una catastrofe, ma l’Unione europea è già morta, quel che resta è il suo cadavere finanzista. 

E non seppellire i cadaveri è pericoloso per la salute pubblica. 

Il cadavere europeo, dopo avere succhiato le energie economiche della società europea si appresta ora a distruggere l’energia politica residua, si appresta a infettare con la cadaverina anche l’ultima città viva d’Europa, Barcellona.

Non so come andranno le elezioni del 21 dicembre, ma è probabile che il nazionalismo spagnolo le vinca, in rappresentanza dell’assolutismo finanziario. Il gioco è truccato: i dirigenti dell’indipendentismo sono in carcere, le truppe coloniali spadroneggiano, la stampa stravolge i termini del problema sposando il nazionalismo centralista madrileno. Santiago Lopez Petit lo ha detto: queste elezioni occorrerebbe sabotarle, non si dovrebbero accettare elezioni in condizioni di occupazione coloniale, non si dovrebbero accettare elezioni sotto la pistola puntata del ricatto economico e della criminalizzazione.  Appoggiando la repressione nazionalista l’Unione europea ha toccato il fondo della sua infamia.

Purtroppo ben pochi hanno voluto o saputo vedere che l’aggressione nazionalista spagnola è parte integrante dell’aggressione finanziaria. Eppure la questione sta tutta in questo nesso.

19 dicembre 2017

La via reputazionale alla selezione

Giorgio Mascitelli

Come di consueto la fondazione Agnelli ha divulgato nel mese di novembre le classifiche di qualità delle scuole superiori italiane redatte da Eduscopio. Le valutazioni, per quanto concerne i licei e gli istituti tecnici, riguardano gli esiti degli studenti nel primo anno di università attraverso i quali gli esperti di Eduscopio ritengono sia possibile dare un’idea abbastanza precisa della qualità dei singoli istituti, mentre per gli istituti professionali con gli stessi intenti si propongono classifiche relative alle assunzioni dei neodiplomati. Eduscopio si propone in questo modo di fornire un servizio alle famiglie nella scelta consapevole della scuola superiore.

Le classifiche, nel caso del rendimento universitario, presentano le scuole divise per indirizzo e collocazione geografica e si basano su un indice (FGA) espressione di una media tra voti degli esami universitari e i crediti ottenuti ponderata con altri fattori che possono incidere sul rendimento degli studenti ( per es. il tipo di facoltà o la distanza dalla sede di studio), anche se nei principali organi d’informazione le classifiche sono state rese noto senza punteggi FGA, ma solo tramite la posizione occupata dall’istituto. L’aspetto più significativo e statisticamente sicuro che emerge dai dati è che licei classici e scientifici, indipendentemente dalla posizione specifica in graduatoria di ogni istituto, garantiscono gli esiti universitari migliori per i loro studenti, che come notizia non è esattamente una sorpresa sbalorditiva. Un altro tratto importante sottolineato dagli stessi ricercatori di Eduscopio è che le classifiche di anno in anno cambiano di poco, segno a loro parere che per costruire una scuola di qualità ci vuole tempo, ma segno anche più prosaicamente che il modello matematico alla base della rilevazione è stato assestato, visto che nella fase sperimentale di qualche anno fa relativa al solo Piemonte uno dei dati che colpivano subito era la profonda variazione delle classifiche di anno in anno, se la memoria non m’inganna.

Potrebbe sembrare che abbia qualcosa di musiliano questa iniziativa da Azione Parallela in cui una prestigiosa fondazione di ricerca spende i propri denari per scoprire quello che la maggioranza degli addetti ai lavori e della famiglie sa già e tale scoperta viene riportata dai principali organi d’informazione con grande rilievo. In realtà nella nostra società la redazione e soprattutto la pubblicizzazione di classifiche gode di uno statuto logico e simbolico particolare che rende questa operazione qualcosa di simile da un lato a un atto linguistico, dall’altro a una sorta di epifania di un ordine morale superiore. Non si tratta infatti di descrivere semplicemente una realtà, ma da un certo punto di vista di orientare scelte e comportamenti con numeri e parole performative; da un altro invece la pubblicazione delle classifiche è connessa con la rivelazione di un ordine del mondo in cui i migliori vincono e meritocraticamente sono premiati. Questo spiega perché presso i mezzi d’informazione è invalsa la scelta curiosa di pubblicare la classifica senza i punteggi delle scuole, come se essa fosse un valore assoluto ossia sciolto da qualsiasi altra considerazione possibile, come potrebbe essere il fatto che per la riuscita universitaria sono decisivi, finché almeno sussiste una forma di scuola pubblica, le qualità e i comportamenti individuali e l’indirizzo di studi scelto.

Iniziative come questa, indipendentemente dai lodevoli intenti di partenza dei loro promotori, finiscono con il diventare parte integrante del sistema di governo della scuola e di orientamento alla costruzione di un determinato modello di scuola, fortemente caratterizzato sul piano ideologico e su quello del funzionamento sociale. L’enfasi posta tramite queste classifiche, specie nella loro versione mediatica, sulle performance dei singoli istituti servono a cancellare la percezione che in una realtà come quella italiana in cui l’offerta formativa è prevalentemente pubblica, uno studente brillante anche del più scassato liceo di periferia ha la possibilità di raggiungere livelli minimi di preparazione che gli consentono di affrontare tutte le varie opzioni universitarie, mentre in altri sistemi come quello anglosassone la scelta della scuola superiore, di solito privata, è decisiva per poter accedere all’università. Del resto anche le prove INVALSI, che sono invece un obbligo di legge per le scuole, mirano con altre modalità a verificare il merito degli istituti, creando nei fatti una graduatoria.

L’effetto prevedibile della pubblicazione delle classifiche, ossia il loro atto performativo, è quello di indurre la maggioranza delle famiglie a iscrivere i loro figli alle scuole in testa alla classifica, le quali a loro volta avranno presumibilmente una tale abbondanza di domande di iscrizione che permetterà loro di ammettere solo gli studenti usciti dalle medie inferiori con i voti migliori. Questo fenomeno si tradurrà in un aumento e in un’esaltazione del divario di qualità tra le scuole, oggi sostanzialmente contenuto, che renderà ragione a posteriori della rispettiva reputazione. Così queste classifiche, che oggi possono ancora essere accolte con un certo ragionevole scetticismo, esprimeranno nel giro di pochi anni una realtà che loro stesse avranno contribuito in maniera decisiva a costruire. Questo effetto sarà anche rafforzato dalla riforma dell’esame di stato conclusivo: diminuendo il peso della commissione e aumentando quello della scuola sulla determinazione del voto di ogni candidato, che a partire dall’anno prossimo passerà dal 25% al 40%, questi esami perderanno progressivamente autorevolezza, nonostante restino con tutti i loro limiti il sistema più equo per valutare la preparazione del singolo studente, e questo si tradurrà in un aumento di credibilità di queste classifiche.

Si potrebbe chiamare tutto ciò la via reputazionale alla selezione: infatti la selezione classica, quella a cui, per intenderci, si opponeva don Milani, basata sull’esclusione dalla scuola superiore tramite le bocciature nella scuola dell’obbligo, non è più una strategia sostenibile né entro certi limiti compatibile con la razionalità di sistema. La selezione attuale, che spesso si presenta anche ricorrendo a una certa retorica dell’innovazione pedagogica, mira a creare un sistema di scuole di serie A e di serie B e forse anche di serie C, che attacchi il principio dell’universalità dell’istruzione. In questa logica la selezione non sarà tra chi è incluso e chi è escluso dalle scuole e nemmeno un’opposizione tra scuole professionali e licei, diventati ormai scuole di massa. Vi saranno semplicemente delle scuole più performative e altre meno. Se infatti la selezione è sempre una strategia con la quale le classi al potere certificano la trasmissione del loro capitale culturale e suggellano i saperi utili a questa trasmissione, oggi nel contempo la scuola ha anche l’imperativo di insegnare la competitività come fondamento ideologico della coscienza sociale del lavoratore/ consumatore. Questa forma di selezione sembra ottemperare meglio a questa duplice esigenza.